Primo piano di vecchi libri impilati, immagine sui classici della letteratura

Cosa insegnano i classici a chi scrive: rileggere Calvino quarantacinque anni dopo

Il 28 giugno 1981, sulle pagine de L’Espresso, Italo Calvino pubblicava un intervento intitolato «Italiani, vi esorto ai classici», un testo che dieci anni più tardi, curato dalla moglie Esther, avrebbe aperto e dato il titolo alla raccolta postuma Perché leggere i classici (Mondadori, 1991). A quarantacinque anni esatti da quella domenica d’estate, le quattordici definizioni con cui Calvino tentava di stabilire che cosa renda un libro un classico continuano a circolare nelle aule e nelle bibliografie, spesso ridotte a una sola frase da citare. Lette per intero, e lette da chi scrive anziché da chi soltanto legge, quelle definizioni si rivelano un piccolo manuale di mestiere, perché descrivono il modo in cui un testo lavora dentro chi lo ha attraversato e, di conseguenza, il modo in cui un autore si forma leggendo.

«Sto rileggendo»: la rilettura come strumento di lavoro

Calvino apre con una constatazione di costume, quasi maliziosa: «I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: “Sto rileggendo…” e mai “Sto leggendo…”». Dietro la piccola ipocrisia di chi si vergogna di ammettere una lacuna, lo scrittore individua una verità che riguarda da vicino chi lavora con le parole. La lettura di gioventù, sostiene, comunica un sapore e un’importanza particolari, mentre la lettura compiuta in età matura permette di apprezzare dettagli, livelli e significati che prima sfuggivano. Da qui due formule che si completano a vicenda: «D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima» e «D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura».

Per chi scrive, la rilettura smette di essere un gesto affettivo e diventa un esercizio tecnico. Tornare su un romanzo che si credeva di conoscere, dopo aver scritto qualche centinaio di pagine proprie, significa vedere finalmente le giunture: dove l’autore colloca una rivelazione, come distribuisce le informazioni nel primo capitolo, quanto a lungo trattiene una risposta prima di concederla. Il libro resta lo stesso; chi lo rilegge è cambiato, ha imparato a smontare gli ingranaggi che alla prima lettura aveva soltanto subìto, e proprio per questo l’incontro diventa, come scrive Calvino, «un avvenimento del tutto nuovo». La definizione che riassume il meccanismo è la più nota di tutte: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire».

Leggere gli originali, diffidare degli intermediari

C’è un passaggio dell’articolo che vale come avvertimento per qualunque scrittore in formazione. Calvino raccomanda la lettura diretta dei testi originali, «scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni», e arriva a una formulazione che conviene tenere sul tavolo: «Un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso». L’introduzione, l’apparato di note, la quarta di copertina rischiano di funzionare come una cortina che nasconde quello che il testo ha da dire, e che il testo dice soltanto se lo si lascia parlare senza mediatori.

Tradotto in termini di mestiere, l’invito significa studiare la pagina e non la vulgata che la circonda. Un autore impara la costruzione di una scena osservando come Flaubert chiude un racconto; la sintesi di chi quel racconto lo ha già interpretato gli serve poco, e comunque viene dopo. Misura il ritmo di un dialogo tornando alla battuta originale, come abbiamo provato a mostrare ragionando sul sottotesto e la voce nei dialoghi, e tiene le regole riassunte per la fase di verifica. La critica resta utile, ma viene dopo, e serve a verificare un’intuizione già nata dalla lettura, non a sostituirla.

La biblioteca ideale di chi scrive

Nella parte finale dell’articolo, Calvino constata che l’educazione classica del giovane Leopardi, cresciuto nella biblioteca paterna di Recanati, è ormai impensabile: i vecchi titoli sono stati decimati, i nuovi si sono moltiplicati in ogni letteratura. La sua proposta non è nostalgica. Suggerisce che ciascuno si inventi «una biblioteca ideale dei nostri classici», composta per metà di libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà di libri che ci proponiamo di leggere, lasciando «una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali».

È un criterio di lavoro prima che di lettura. Lo scrittore costruisce la propria voce a partire da un canone personale, fatto di autori che lo confermano e di autori che lo contraddicono: «Il “tuo” classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui». Calvino cita il proprio rapporto litigioso con Rousseau, che lo spinge a contraddirlo eppure non può fare a meno di considerare fra i suoi autori. Anche per questo la formazione di un editore o di una casa indipendente passa dalla composizione di un catalogo che funzioni come una biblioteca ragionata, un principio che vale tanto per il lettore quanto per chi pubblica, e che ritroviamo nel modo in cui realtà come Subway Press scelgono i propri titoli. Per chi scrive, mettere ordine fra le proprie letture significa riconoscere da dove proviene la propria frase.

Attualità e rumore di fondo

Calvino non chiede di rifugiarsi nei secoli passati e di chiudere la finestra sul presente. Affronta anzi la domanda più concreta, quella di chi non trova «il tempo e l’agio della mente» per i classici, sommerso dalla carta stampata dell’attualità. La sua risposta tiene insieme le due letture: «il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d’attualità». L’attualità può essere banale, ammette, eppure resta il punto da cui guardiamo avanti e indietro, perché per leggere un classico occorre stabilire «da dove» lo si sta leggendo.

Le ultime due definizioni fissano l’equilibrio con un’immagine acustica: «È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno» e «È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona». Per un autore che oggi pubblica, tiene un blog, segue le uscite della stagione, l’indicazione è operativa: continuare a frequentare le nuove uscite e i premi del momento mantiene viva la lingua del proprio tempo, mentre la frequentazione dei classici fornisce il metro con cui giudicare quella lingua. Chi consulta i consigli sulla scrittura creativa trova quasi sempre lo stesso suggerimento, formulato in modo meno elegante: leggere molto, e leggere alto.

«A sapere quest’aria prima di morire»

L’articolo si chiude rifiutando l’idea stessa di utilità. Calvino precisa che i classici non vanno letti perché «servono» a qualcosa, e che la sola ragione difendibile è che leggerli è meglio che non leggerli. A chi obietta che non vale la pena di tanta fatica, oppone un aneddoto raccolto da Cioran: mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto, e a chi gli domandava a cosa gli sarebbe servita rispose «A sapere quest’aria prima di morire». Per chi scrive, la risposta vale come una poetica in miniatura: si studiano i classici per saperli, e nel saperli si impara, quasi di contrabbando, il mestiere. A quarantacinque anni dall’esortazione di Calvino, l’invito tiene; basta tornare al testo, e lasciarlo parlare.

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Allison Lister