
Scrittori del mese: Nadeesha Uyangoda, dal saggio al romanzo premiato dal Campiello
Ci sono autrici che arrivano al primo romanzo dopo avere già costruito, altrove, una voce riconoscibile: nel giornalismo culturale, nella saggistica, nel podcasting. Nadeesha Uyangoda appartiene a questa categoria, e il riconoscimento arrivato il 29 maggio 2026 nell’Aula Magna di Palazzo del Bo, a Padova, dove la Giuria dei Letterati le ha assegnato il Premio Campiello Opera Prima per Acqua sporca (Einaudi, Stile Libero), certifica un passaggio che vale la pena osservare da vicino: quello di una scrittrice che porta dentro la narrativa italiana contemporanea gli strumenti affinati in anni di lavoro sulla lingua della cronaca e dell’analisi sociale.
Nella rubrica Scrittori del mese mi interessa capire come si costruisce un percorso, quali passaggi lo rendono possibile e cosa può imparare chi scrive osservandolo. Il caso di Uyangoda si presta bene, perché nella stessa stagione il suo libro è comparso in due liste diverse, la dozzina del Premio Strega e il premio del Campiello riservato agli esordi narrativi, con esiti distinti che raccontano parecchio del funzionamento dei riconoscimenti italiani.
Chi è Nadeesha Uyangoda
Uyangoda è una scrittrice italofona nata in Sri Lanka. Prima di Acqua sporca ha pubblicato con 66thand2nd due volumi di saggistica: L’unica persona nera nella stanza (2021), che le è valso il Premio Sila nella sezione «Economia e Società» e il Premio Rapallo Speciale «Anna Maria Ortese», e Corpi che contano (2024). È inoltre ideatrice del podcast Sulla Razza e cura la rubrica Il libro del settimanale «Internazionale», oltre ad avere scritto per testate italiane e straniere. Il profilo completo si legge sulla pagina autrice di Einaudi.
Il dato che interessa chi lavora con la scrittura è la direzione del movimento: dalla saggistica alla narrativa, e dalla riflessione argomentativa sull’identità alla costruzione di personaggi che quella condizione la abitano senza spiegarla. Sono due mestieri che si somigliano meno di quanto sembri, perché il saggio può nominare un concetto mentre il romanzo deve incarnarlo in gesti, in stanze, in decisioni prese da qualcuno che ha un nome.
Acqua sporca: la scheda del romanzo
Acqua sporca è uscito nella collana Stile Libero di Einaudi nel settembre 2025, conta 288 pagine e ha prezzo di copertina di 18,50 euro (ISBN 9788806259747). Non l’ho ancora letto, quindi mi limito a riportare quanto dichiara la scheda dell’editore, senza aggiungere giudizi sulla prosa che non sarei in condizione di formulare.
La vicenda si muove tra lo Sri Lanka e la provincia italiana, e segue quattro donne di una stessa famiglia. Neela, dopo trent’anni trascorsi in Italia, decide di tornare sull’isola; la sorella Himali cresce lì una figlia secondo un modello politico, con un marito emigrato senza documenti in Europa; la sorella minore Pavitra si muove in un appartamento che non le appartiene, dopo un matrimonio finito e una povertà che l’ha costretta a impegnare l’unica ricchezza che possedeva; Ayesha, figlia di Neela, conduce a Milano un’esistenza precaria. L’editore presenta il libro come una storia familiare distribuita tra presente e passato e tra due geografie, una in cui i progetti personali faticano a realizzarsi e una in cui il mito conserva ancora una funzione. Sulla quarta accompagnano il volume i giudizi di Claudia Durastanti e Vincenzo Latronico, che ne segnalano rispettivamente la consapevolezza dei mezzi e lo sguardo di impianto sociologico.
Chi volesse recuperarlo lo trova in edizione cartacea, ebook e audiolibro.
La motivazione della giuria, letta da vicino
Il testo con cui la Giuria dei Letterati ha motivato l’assegnazione dell’Opera Prima, pubblicato dall’editore in un approfondimento del 29 maggio, insiste su tre elementi tecnici, senza aggettivi di circostanza. Il primo è l’impianto polifonico: la giuria riconosce nel romanzo la trasformazione di una vicenda familiare e migratoria in una narrazione a più voci. Il secondo è il rapporto tra biografia individuale e storia collettiva, che il testo terrebbe insieme attraverso una scrittura definita insieme nitida e simbolica. Il terzo è la questione dello spaesamento e del ritorno, indagata attraverso lingue, culture e generazioni diverse. La chiusa parla di una voce «originale ma già ben riconoscibile».
Per chi scrive, la parte utile di questa motivazione è la prima. Una narrazione polifonica richiede che ogni voce abbia una propria grana lessicale, un proprio ritmo, una propria zona di silenzio, altrimenti le quattro donne diventano quattro nomi appoggiati sopra un’unica coscienza autoriale. Quando i premi segnalano la polifonia come merito, di solito è perché la separazione ha retto, e questo dipende da scelte concrete: quali oggetti nomina ciascun personaggio, quali parole di quale lingua sceglie, quanto lontano guarda nel tempo. Sono decisioni che si prendono in stesura, prima che in revisione, e che riguardano la stessa materia di cui ho parlato scrivendo di ambientazione e senso del luogo.
Due liste, due esiti
Acqua sporca ha attraversato la stagione dei premi 2026 lungo un percorso doppio. Il 1° aprile il Comitato direttivo del Premio Strega lo ha incluso nella dozzina dell’ottantesima edizione, su proposta di Gaia Manzini, selezionandolo tra le settantanove opere presentate dagli Amici della domenica; alla proclamazione dei finalisti, il 3 giugno al Teatro Romano di Benevento, il romanzo è rimasto fuori dalla rosa ristretta. Meno di due mesi dopo, il Campiello gli ha assegnato il riconoscimento dedicato agli esordi narrativi.
La coincidenza fotografa la differenza tra i due meccanismi. Lo Strega premia un titolo unico per edizione e concentra su quello l’attenzione dei giurati, mentre il Campiello affianca alla corsa principale una casella riservata all’opera prima, e in questo modo mette al riparo dalla concorrenza dei nomi consolidati i libri di chi debutta nella narrativa. Del funzionamento della doppia giuria del Campiello, quella dei Letterati e quella dei Trecento Lettori Anonimi che voterà al Lido di Venezia il 3 ottobre, ho scritto in dettaglio nell’articolo dedicato alla cinquina finalista del Campiello 2026; per la sestina dello Strega e il suo esito, invece, rimando al pezzo sull’ottantesima edizione.
C’è un ultimo aspetto che riguarda da vicino chi pubblica fuori dai grandi gruppi. Uyangoda arriva a Einaudi dopo due libri usciti con un editore indipendente di media dimensione, e questa traiettoria continua a essere una delle poche vie percorribili per costruire una bibliografia riconoscibile prima di incontrare un catalogo maggiore. È una dinamica che osservo anche dal lato di Subway Press, dove il lavoro sulle voci meno esposte procede con tempi e strumenti diversi da quelli dei grandi marchi, e dove la costanza su più titoli conta quanto il singolo colpo riuscito.
Cosa mi porto a casa
Il calendario dice che Acqua sporca continuerà a girare per l’estate: l’11 agosto l’autrice lo presenta a Prali, in provincia di Torino, al Tempio Valdese, e altre date compaiono nell’agenda dell’editore. Nel frattempo il romanzo resta un buon oggetto di studio per chi lavora su strutture a più voci e su materiali autobiografici trasformati in finzione, due dei problemi tecnici più frequenti nelle scritture di esordio.
Tornerò su questo libro dopo averlo letto, con una scheda di lettura vera e propria. Per ora lo segnalo per quello che è: l’esordio narrativo premiato dal Campiello 2026, firmato da una scrittrice che nella saggistica aveva già dimostrato di sapere maneggiare i temi dell’appartenenza, e che ora prova a farli reggere dentro una storia di famiglia lunga trent’anni e due continenti.
