Allison Lister - Libri - Disposizione dall'alto

Craft & Tecnica: il ritmo del racconto tra scena, sommario, ellissi e pausa

Ogni racconto stabilisce un patto segreto con l’orologio: decide quanto tempo del lettore vale un’ora, un anno o un secondo della storia, e in quella decisione, spesso invisibile, si gioca buona parte di ciò che percepiamo come ritmo. La teoria che ancora oggi descrive con maggiore precisione questo meccanismo è quella elaborata da Gérard Genette in Figure III, il volume del 1972 tradotto in Italia da Einaudi nella sezione nota come Discorso del racconto, dove lo studioso francese misura lo scarto fra il tempo della storia, cioè la durata reale degli eventi, e il tempo del racconto, cioè lo spazio che quegli eventi occupano sulla pagina. Da quello scarto derivano quattro movimenti fondamentali, quattro andature che ogni autore alterna, quasi sempre senza nominarle, per governare l’attenzione di chi legge: la pausa, il sommario, la scena e l’ellissi.

La pausa: quando la storia si ferma e la pagina continua

Nella pausa descrittiva il racconto prosegue mentre la storia resta immobile, perché la voce narrante sospende l’azione per descrivere un luogo, un volto, un oggetto, e il tempo che scorre è soltanto quello della lettura. L’apertura di I promessi sposi, con quel ramo del lago di Como che il narratore percorre riga dopo riga prima che accada qualunque cosa, resta l’esempio manzoniano più limpido di una descrizione che dilata la pagina senza far avanzare di un minuto la vicenda. La pausa svolge una precisa funzione di regia: rallenta lo sguardo, prepara il terreno emotivo, colloca il lettore in uno spazio preciso prima che quello spazio venga attraversato dai personaggi, ed è per questo che ne ho parlato anche a proposito dell’ambientazione come struttura portante di una storia.

Il sommario: comprimere mesi in poche righe

Il sommario nasce dove il tempo del racconto si fa più breve del tempo della storia, così che settimane, stagioni o interi anni si condensano in un paragrafo o in una singola frase. Le formule che tutti riconosciamo — «passarono tre anni», «per tutto l’inverno continuò a lavorare di notte» — appartengono a questa andatura, che serve a coprire le distanze narrative senza costringere il lettore ad attraversarle passo dopo passo. Genette lo definiva il tessuto connettivo del romanzo ottocentesco, il collante che raccorda una scena all’altra, e la sua utilità resta intatta: quando una vicenda deve maturare nel tempo, il sommario accelera, riassume, seleziona ciò che conta e lascia cadere il resto, evitando che la narrazione si impantani in una cronaca minuto per minuto.

La scena: il tempo reale del dialogo

La scena è il movimento in cui il tempo del racconto tende a coincidere con quello della storia, e non è un caso che la sua forma più pura sia il dialogo, dove ogni battuta pronunciata occupa sulla pagina all’incirca la stessa durata che avrebbe nella realtà. È qui che il romanzo rallenta fino a fermarsi sul presente, mostra invece di riferire, lascia parlare i personaggi e affida al lettore il compito di interpretare gesti, silenzi e sottintesi. In una scena ben costruita l’autore rinuncia al riassunto e accetta di procedere alla velocità dei fatti, misurando le pause fra le repliche, alternando la parola detta e il dettaglio fisico che la accompagna, perché è nella scena che la storia diventa esperienza diretta anziché resoconto. Per questo la scrittura di genere, dal thriller all’horror, tende a concentrare nelle scene i momenti decisivi, quelli in cui il lettore deve trovarsi dentro l’azione e non a debita distanza da essa.

L’ellissi: ciò che il racconto tace

Con l’ellissi il rapporto si rovescia del tutto: la storia avanza mentre il racconto tace, e un intervallo di tempo — un viaggio, una notte, un decennio — viene semplicemente saltato, affidato a uno spazio bianco fra due capitoli o a una manciata di parole che ne segnalano il salto. L’ellissi lavora per sottrazione e chiede al lettore di colmare da sé il vuoto, motivo per cui diventa preziosa proprio nella narrativa che vive di attesa e di reticenza: nel giallo l’ellissi nasconde l’informazione che sarà rivelata più tardi, nell’horror lascia fuori campo ciò che la mente del lettore ricostruisce con maggiore inquietudine di qualunque descrizione. Tacere, a volte, è la forma più efficace di controllo del ritmo.

Alternare le andature

Il compito di chi scrive sta nell’imparare a passare dall’una all’altra con misura, alternando la compressione del sommario e la dilatazione della scena, inserendo una pausa dove serve respiro e un’ellissi dove serve reticenza, perché un romanzo interamente scenico diventa dispersivo e uno interamente riassuntivo si allontana dal lettore fino a lasciarlo fuori dalla porta. Rileggere una propria pagina chiedendosi quanto tempo della storia sto raccontando, e in quanto spazio è forse l’esercizio più utile che un autore possa fare sul proprio ritmo, e vale tanto per la narrativa di ricerca quanto per i titoli di genere che pubblichiamo con Subway Press. Il ritmo, in fondo, si riduce a una somma di scelte precise sul tempo, ripetute pagina dopo pagina.

Per approfondire il rapporto fra spazio e struttura del racconto puoi leggere anche Il senso del luogo: come l’ambientazione regge una storia.

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