
Scrittori del mese: Kaliane Bradley e «Il ministero del tempo»
C’è un momento, nelle prime pagine de Il ministero del tempo, in cui un ufficiale di marina morto nel 1847 si trova davanti a una lavatrice in funzione e non capisce cosa stia guardando. Kaliane Bradley costruisce buona parte del suo romanzo d’esordio su gesti minuti come questo: un uomo dell’Ottocento che impara a convivere con Spotify, con l’acqua che scorre calda appena si apre un rubinetto, con la notizia che l’Impero britannico è tramontato da tempo. La fantascienza, qui, non arriva dalle astronavi, ma dalla distanza fra due epoche costrette a dividere lo stesso appartamento.
Chi è Kaliane Bradley
Bradley è una scrittrice ed editor anglo-cambogiana che vive a Londra, e prima di questo romanzo era conosciuta soprattutto per i racconti, apparsi su riviste come Electric Literature, Catapult e The Willowherb Review. Nel 2022 ha vinto due riconoscimenti nella narrativa breve, il V.S. Pritchett Short Story Prize e l’Harper’s Bazaar Short Story Prize, un percorso che spiega parecchio della scrittura de Il ministero del tempo: la cura della frase breve, l’attenzione al dettaglio domestico, il gusto per la battuta piazzata al momento giusto. Il romanzo, uscito in Italia per Mondadori nel settembre 2024 nella traduzione di Teresa Albanese, è il suo primo lavoro lungo, e ha portato il suo nome ben oltre la cerchia dei lettori di racconti: è finito nella lista dei libri preferiti del 2024 di Barack Obama e ha già avuto un adattamento televisivo prodotto dalla BBC.
La premessa: un ministero che estrae persone dal passato
Nella Londra di un futuro vicino, un dipartimento governativo mette alla prova i limiti del viaggio nel tempo prelevando dal passato alcuni individui, tutti scelti fra persone che stavano comunque per morire, così da non intaccare il corso della Storia. Ognuno di questi espatriati viene affidato a un funzionario chiamato ponte, incaricato di accompagnarlo nell’adattamento al presente. La protagonista, una donna anglo-cambogiana di cui non conosciamo mai il nome, riceve in carico l’espatriato noto come «1847»: Graham Gore, ufficiale realmente esistito, membro della spedizione artica di sir John Franklin, dove morì appunto nel 1847. Attorno a loro ruotano altri due espatriati che allargano il quadro storico e sentimentale del libro, Arthur, un soldato omosessuale del 1916, e Margaret, una nobildonna francese lesbica del 1665.
Cosa fa bene il romanzo
Bradley lavora sul tempo lungo dell’adattamento, e lì il libro dà il meglio. Gore non viene folgorato dal presente in una scena madre: lo assorbe piano, un oggetto e un imbarazzo alla volta, e la convivenza fra lui e la sua ponte passa dall’imbarazzo iniziale a un’amicizia e poi a una relazione, nell’arco di una lunga estate londinese. È in queste pagine ferme, quelle in cui non succede quasi nulla, che i personaggi smettono di essere ingranaggi della trama e diventano persone: la stessa lezione che vale per ogni buon romanzo di genere, dove la meccanica del colpo di scena conta meno del tempo che l’autrice concede ai suoi protagonisti per esistere. Su questo terreno, del resto, si gioca gran parte della tensione narrativa di una storia, cioè su quanto il lettore sa e quando gli viene detto, un tema che avevamo già affrontato parlando di come costruire la suspense governando l’informazione.
La seconda cosa che Bradley fa bene è tenere insieme registri che di solito stanno in scaffali diversi. Il ministero del tempo è al tempo stesso una storia di spionaggio, una commedia sentimentale, un romanzo storico e un’opera di fantascienza, e il Guardian lo ha descritto senza troppi giri come «a seriously fun sci-fi romcom». L’ironia, però, non è un ornamento: serve a rendere sopportabile un nucleo più duro, fatto di sorveglianza, sensi di colpa coloniali e persone trattate come materiale da esperimento.
Il tempo come forma di esilio
La parola che il romanzo mette al centro è espatrio, e non è una scelta neutra. Bradley è figlia di un cambogiano arrivato nel Regno Unito, e il libro guarda al viaggio nel tempo come a una variante estrema dell’esilio: essere strappati a un luogo e a un’epoca, dover imparare da capo le regole di un mondo che non ti ha chiesto il permesso di cambiare. Graham Gore è un rifugiato del tempo, e la sua ponte è la figlia di un rifugiato dello spazio; entrambi sanno cosa vuol dire tradurre se stessi per rendersi comprensibili a chi decide se restare è concesso. È qui che il romanzo esce dal semplice gioco fantascientifico e tocca la narrativa che mette al centro identità e appartenenze fuori dalla norma, senza bisogno di dichiararlo a voce alta.
A chi lo consiglio
Lo consiglio a chi cerca fantascienza che parte da una domanda umana prima che tecnologica, e a chi ama i romanzi in cui il meccanismo di genere resta uno strumento e non il fine. Chi arriva da letture puramente storiche troverà un ottimo ritratto di un uomo dell’Ottocento credibile e spiritoso; chi arriva dal romance troverà una storia d’amore costruita con pazienza, senza scorciatoie. Bradley non ha ancora un catalogo alle spalle, e proprio per questo vale la pena seguirla adesso: Il ministero del tempo è un esordio che sa esattamente cosa vuole essere, cosa non così frequente in un primo romanzo, e lascia parecchia curiosità su dove andrà la sua autrice.
Il ministero del tempo di Kaliane Bradley è pubblicato da Mondadori (traduzione di Teresa Albanese, 336 pagine). La scheda del libro è consultabile sul sito dell’editore.
