Premio Strega 2026

Premio Strega 2026: la sestina dell’ottantesima edizione e cosa racconta della narrativa italiana

Il Premio Strega festeggia quest’anno l’ottantesima edizione, e lo fa con una formula che si discosta dalla consuetudine. Dopo i settantanove titoli proposti dagli Amici della Domenica e dopo la dozzina di aprile, la sera del 3 giugno il Teatro Romano di Benevento ha consegnato una sestina al posto della consueta cinquina: il regolamento impone infatti la presenza di almeno un romanzo edito da una casa editrice medio-piccola, e quest’anno la sesta posizione è andata proprio al titolo più votato in quella categoria. La selezione che ne è uscita merita una lettura attenta, perché restituisce con una certa nitidezza i temi e gli equilibri attorno a cui ruota la narrativa italiana di questa stagione.

Prima di entrare nel merito dei singoli libri, una precisazione di metodo: nomi, editori, proponenti e conteggi dei voti riportati qui sotto sono verificati sulle rassegne citate in chiusura e sul sito ufficiale del premio. Per ciascun titolo trovate anche il rimando per l’acquisto.

I sei finalisti dell’ottantesima edizione

In testa alla classifica provvisoria si colloca I convitati di pietra di Michele Mari (Einaudi, proposto da Vittorio Lingiardi), che alla semifinale ha raccolto 280 voti. Il romanzo segue gli ex compagni di una terza liceo milanese che, all’indomani della maturità, stringono un patto: versare ogni anno una somma in un fondo destinato agli ultimi tre rimasti in vita. Le cene annuali diventano allora il luogo in cui riaffiorano rivalità, ambizioni e fallimenti, mentre la morte si insinua nel gruppo come presenza costante. Per Mari, alla sua prima candidatura allo Strega dopo oltre vent’anni di lavoro, è il riconoscimento di una scrittura che da sempre frequenta il registro gotico e la riflessione sul tempo.

Subito dietro, a quota 242 voti, si trova Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci (Feltrinelli, proposto da Giancarlo De Cataldo). Il libro immagina la formazione del giovane Aristocle, che diventerà Platone, a partire dall’estate del 415 a.C. sulle rive del Pireo: dall’infanzia segnata dalla timidezza e dal lutto per il padre fino all’incontro con Socrate, e poi, dopo la condanna del maestro, ai viaggi verso l’Egitto e Cirene. È un romanzo di idee costruito sull’eros come motore della conoscenza, terreno su cui Nucci lavora da anni con la sua narrativa di ambientazione classica.

Con 195 voti entra in finale La sonnambula di Bianca Pitzorno (Bompiani, proposta da Roberta Mazzanti). Partendo da un ritaglio di giornale di fine Ottocento, Pitzorno costruisce la vicenda di Ofelia Rossi, una “sonnambula” che si guadagna da vivere offrendo responsi alle donne che frequentano il suo salotto. Fin da bambina Ofelia è soggetta a svenimenti improvvisi dai quali si risveglia con presentimenti sul futuro; il matrimonio che dovrebbe proteggerla si rivela invece il luogo del pericolo, e la protagonista è costretta a fuggire e a rifondare la propria esistenza con le sole proprie forze. A caldo, da Benevento dove era assente, l’autrice ha commentato con misura che la selezione di un libro tra i favoriti dipende anche dalla fortuna dei criteri con cui i giurati giudicano.

Al quarto posto, con 184 voti, si piazza Donnaregina di Teresa Ciabatti (Mondadori, proposto da Roberto Saviano). Una giornalista di Orbetello riceve l’incarico di intervistare un ex boss in protezione per ricostruirne la storia, e da quel primo incontro romano prende avvio un dialogo fatto di telefonate, messaggi e visite che dura mesi. Il ritratto dell’altro si ribalta a poco a poco in un racconto di sé: la biografia si dissolve in autobiografia, e i due interlocutori finiscono per riconoscersi nelle ferite di una genitorialità incerta e nel timore di perdere i figli. È il meccanismo del doppio sguardo, una delle forme che chi segue la mia rubrica di tecnica narrativa riconoscerà come tra le più produttive del romanzo contemporaneo.

Chiude il gruppo dei big Lo sbilico di Alcide Pierantozzi (Einaudi, proposto da Donatella Di Pietrantonio), che ha ottenuto 170 voti. Il libro è il diario-memoir di un narratore che convive con la malattia mentale e che porta il lettore dentro la propria esperienza dell’allucinazione e della paura, in una scrittura cruda che cerca di dare parola a una condizione molto diffusa e raramente raccontata dall’interno. Pierantozzi corre quest’anno in parallelo anche al Premio Campiello, di cui è entrato nella cinquina: una doppia presenza che conferma il peso del suo romanzo nella stagione.

Il sesto posto, riservato dal regolamento all’editoria indipendente, va a Vedove di Camus di Elena Rui (L’orma, proposta da Lisa Ginzburg), con 163 voti. Il romanzo guarda oltre il Nobel per incontrare l’uomo Albert Camus attraverso le quattro donne che lo amarono e che la sua morte improvvisa, il 4 gennaio 1960, rese vedove ciascuna a suo modo: la moglie Francine Faure, l’attrice Catherine Sellers, la pittrice Mette Ivers e Maria Casarès. Lavorando su diari, epistolari e biografie, Rui ricostruisce soprattutto le risonanze interiori, i silenzi e i pensieri inespressi che stanno dietro ai fatti noti, e restituisce quattro voci distinte, quattro modi di vivere l’amore e il lutto.

Cosa racconta questa sestina

Una prima lettura riguarda gli equilibri editoriali. Einaudi porta in finale due autori, Mari e Pierantozzi, e dovrà gestire una concorrenza interna che pesa sul pronostico; alle sue spalle, Feltrinelli, Bompiani e Mondadori difendono ciascuna un titolo di peso. La presenza di L’orma, casa editrice romana di dimensioni contenute, ricorda quanto la norma sul medio-piccolo editore conti per mantenere aperto lo spazio dell’editoria indipendente dentro il premio più seguito d’Italia: un tema che chi lavora nel mondo della pubblicazione fuori dai grandi gruppi, come accade nel catalogo di Subway Press, conosce bene.

Una seconda lettura riguarda i temi. La memoria e il tempo attraversano quasi tutti i titoli: il patto che lega un’intera classe alla propria fine, la formazione di un filosofo, l’eredità affettiva di uno scrittore visto attraverso chi lo ha amato, la genitorialità raccontata come specchio reciproco fra un boss e una giornalista. Anche dove il materiale è storico o biografico, lo sguardo resta puntato sul modo in cui il passato continua a lavorare nel presente, e su quanto il racconto di sé si annidi nel racconto dell’altro.

Il favorito, allo stato attuale, resta Michele Mari, reduce anche dalla vittoria del Premio Strega Giovani 2026; il distacco di 38 preferenze da Nucci alla semifinale suggerisce però che la partita non è chiusa, e che lo stesso Nucci e Pitzorno hanno margini concreti. Restano fuori dalla finale, tra gli altri, Nadeesha Uyangoda con Acqua sporca, Maria Attanasio con La rosa inversa, Marco Vichi con Occhi di bambina e Christian Raimo con L’invenzione del colore: una dozzina che, nel suo insieme, raccontava una stagione editoriale di buona ampiezza.

La finale dell’ottantesima edizione si terrà mercoledì 8 luglio, in via eccezionale sulla Piazza del Campidoglio anziché al consueto Ninfeo di Villa Giulia, con la diretta su Rai3. A decidere saranno ottocento aventi diritto, tra Amici della Domenica, votanti dall’estero selezionati dagli Istituti Italiani di Cultura, scuole, università, circoli di lettura e lettori forti del mondo delle professioni. Tornerò sull’esito quando il vincitore sarà proclamato; nel frattempo, per i miei giudizi più estesi sui libri della stagione potete passare dalla sezione Recensioni.

Fonti consultate:

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Allison Lister