
Il doppio specchio – Una novella horror
PARTE PRIMA: L’ORDINE PERFETTO
Matteo lavorava per le Poste da cinque anni. Era l’impiegato che rispetta gli orari, non chiede cambi di turno, non assenta mai. Prendeva le ferie quando tocca, obbediva alle indicazioni dei suoi superiori senza fiato di protesta. Non aveva ancora trentacinque anni, ma le sue aspettative erano quelle di un uomo più vecchio — forse di sessanta — sospettoso e faticato, solidificato nelle norme e nella routine come un insetto nell’ambra. La routine era il suo ossigeno. La prevedibilità era buona.
Dopo l’incidente, aveva rifiutato il posto amministrativo che gli offrivano. Aveva una preparazione adeguata, lo sapeva, ma cercava qualcosa di più modesto, invisibile. Il dottor Laurenzi gli aveva detto di evitare gli spaventi, di stare vigile sugli effetti collaterali. Matteo si era convinto — con l’ossessione di un pazzo — che un’emozione troppo intensa l’avrebbe ucciso. Una relazione in ufficio, con persone nuove, piccoli conflitti, emozioni forti: tutto era veleno. Così aveva chiesto di distribuire la corrispondenza in bicicletta, e il capo aveva accettato con un semplice alzamento di sopracciglia.
Viveva solo in una casa con facciata blu che aveva ereditato dai genitori. Non aveva cambiato nulla. Le tende con fiorellini giallognoli, i quadri bucolici su pareti verde pallido, i mobili inglesi, la stoviglia dipinta con uccelli, gli animaletti di ceramica dietro i vetri della vetrina: tutto era rimasto al suo posto, come in un museo di se stesso. Ogni cosa conservava l’odore della polvere e del tempo. Matteo viveva intorno a loro come un fantasma in casa propria, un uomo nato negli anni Novanta che abitava una tomba dei suoi genitori.
A forza di abitudine, aveva imparato a conoscere i nomi di ogni residente della sua zona di distribuzione. Sapeva chi viveva dove, chi si trasferiva, chi acquistava cosa online, chi smetteva di pagare le bollette. Il volto di Stella Sanna era diventato il suo preferito: occhi infossati, un sorriso sincero ogni volta che lo vedeva. L’unica persona che non lo faceva sentire estraneo alla propria esistenza.
Una mattina di fine autunno, mentre raggruppava i plichi nella bisaccia della bicicletta, una busta saltò agli occhi di Matteo. Il nome era scritto a mano, in una calligrafia precisa e disturbante: era indirizzata a Stella. Non era la terza settimana del mese, il giorno in cui la gente riceveva bollette. La busta era bianca, formato lettera americano, dal peso di un foglio doblato in tre.
Matteo la guardo a lungo.
Quell’oggetto non doveva esistere.
Completò la distribuzione del giorno e lasciò quella busta per ultima. Quando arrivò a casa, non l’aveva consegnata. La mise sul tavolino del salotto e la guardò per ore, seduto nel suo divano, le mani tremanti sul grembo.
La notte non dormì. Si alzò alle tre del mattino, prese le forbici dalla cucina e tornò in camera. Accese la lampada di notte, tirò fuori la busta dal cassetto e fece un taglio preciso. Il foglio all’interno era scritto a mano su entrambi i lati.
“È probabile che tu non mi ricordi più. In qualche momento della nostra vite, forse troppo presto, siamo stati molto vicini. Il fatto che tu tenga questa lettera tra le mani merita già una spiegazione da parte mia.”
Matteo lesse il resto con la gola secca. Il mittente descriveva momenti della sua infanzia — momenti che Matteo stesso aveva dimenticato. Descriveva un albero, un’altalena, un giorno d’estate. Descriveva Matteo, ma indirizzandosi a Stella.
Nel suo cassetto, dietro le vecchie fotografie, trovò l’album. Con mani che non gli obbedivano più, lo aprì e cercò quella fotografia: un bambino e una bambina sotto un albero, abbracciati, sorridenti. Non riconobbe la bambina. Non riusciva a ricordare il suo volto.
Due settimane dopo, un’altra busta arrivò. Questa volta il mittente aveva allegato una fotografia. Era la stessa dell’album di Matteo.
PARTE SECONDA: IL VUOTO
Il dottor Laurenzi aveva uno studio a dieci minuti di distanza. Matteo non lo chiamò. Sapeva cosa il medico avrebbe pensato: che stava perdendo la ragione, che gli effetti collaterali dell’incidente stavano finalmente emergendo, che lo avrebbe mandato da uno psichiatra, e da lì in una clinica.
Invece, continuò a distribuire la corrispondenza come se nulla fosse accaduto.
Aspettò una settimana. Nessun’altra lettera arrivò. Poi, due settimane dopo, ecco la seconda busta. Questa volta il mittente aveva scritto in tono implorante: “Non penso di essere un pazzo. Giuro che ogni cosa che leggi è vera. Ho allegato una prova.”
La fotografia dentro era identica a quella dell’album di Matteo.
Non andò al lavoro il giorno seguente. Invece, prese la bicicletta e si diresse verso l’indirizzo del mittente. L’appartamento era a pochi isolati dallo studio del dottor Laurenzi — una coincidenza che non riuscì a razionalizzare. La facciata era di colore terracotta, come se fosse stata ridipinta di recente. Matteo si appiattì dietro un albero di fronte e aspettò.
Aspettò per quattro ore.
Poco prima delle due del pomeriggio, la porta si aprì. Un uomo uscì dalla casa e si fermò a chiudere la porta a chiave. L’uomo aveva i suoi stessi capelli, la sua stessa altezza, il suo stesso modo di muoversi. Quando l’uomo si voltò per scendere i gradini, Matteo vide il suo volto.
Era il suo volto.
Matteo si mise a seguirlo a distanza, le gambe rigide come legno.
L’uomo si diresse verso la stazione ferroviaria di zona. Entrò nel vagone delle 14:32 per il centro. Matteo salì nello stesso vagone, sedendosi lontano, con un giornale davanti al volto. Dalla carta intravide il suo doppio che leggeva un libro. Era completamente indifferente al mondo intorno a lui.
Scese alla stazione centrale. Matteo lo seguì fino a un bar vicino, un locale sporco con le vetrine appiccicose. L’uomo ordinò un caffè e si sedette a un tavolo d’angolo. Accese il cellulare e cominciò a digitare freneticamente.
Matteo rimase fuori, guardando dalla vetrina.
PARTE TERZA: LO SPECCHIO SPEZZATO
Non riusciva a respirare normalmente. Il petto gli faceva male.
Quando l’uomo uscì dal bar, Matteo sapeva già dove sarebbe andato. Lo seguì verso il quartiere residenziale, verso la strada con gli alberi storti. L’uomo si fermò davanti a una villa dipinta di blu — la casa di Matteo. Rimase fuori per dieci minuti, guardando le finestre come se stesse aspettando il permesso di entrare.
Poi se ne andò.
Quella notte, Matteo accese il televisore. Nel telegiornale, videro il servizio su una giovane donna scomparsa tre giorni prima: Stella Sanna. La foto mostrava il suo sorriso sincero, gli occhi infossati. Era scomparsa durante una festa in un locale notturno nel centro città. L’ultimo avvistamento: in macchina con un uomo dai tratti indefiniti.
Matteo spense il televisore.
Il giorno dopo, si presentò al commissariato. Disse che aveva visto una busta sospetta, che aveva aperto la posta di qualcun altro. L’agente lo guardò con sospetto, prese nota, e lo congedò. Matteo tornò a casa e sepolse le lettere nel fondo del cassetto.
Una settimana dopo, trovarono il corpo di Stella al fondo di un precipizio, a circa quaranta chilometri dal centro città. Il rapporto dell’autopsia era vago: segni di violenza, probabile precipitazione accidentale o suicidio. Il caso fu archiviato.
Matteo continuò a distribuire la corrispondenza. Passò un mese, poi due.
Poi, di nuovo, una lettera arrivò. Questa volta non era indirizzata a Stella. Era indirizzata a lui.
“Adesso che lei se n’è andata, puoi finalmente vedermi. Sono stato te per così tanto tempo. Dovresti ringraziarmi per quello che ho fatto. Lei era una distrazione. Una debolezza. Io ero qui, dentro di te, aspettando il mio turno di vivere. Mi prendo quella che hai costruito — la casa, il lavoro, la routine. E tu puoi fare quello che sei stato sempre destinato a fare: scomparire.”
Matteo stappò una bottiglia di whisky dal mobiletto del salotto. La bevve in una sola seduta.
PARTE QUARTA: IL BALLO
Quella sera, Matteo ricevette un messaggio dal numero sconosciuto.
“Stasera c’è il ballo di graduazione della scuola superiore. Sarai lì, con il nostro corpo. Io avrò un’altra faccia, un’altra voce, ma la stessa intenzione. Non avrai scelta. Non l’hai mai avuta.”
Matteo si vestì con abiti che non riconosceva di possedere. Trovò un abito bianco da sposa negli ultimi scaffali dell’armadi — non ricordava di averlo comprato. Si guardò allo specchio e non vide il suo volto. Vide il volto dell’altro.
Quando arrivò al ballo, il corpo si mosse senza che lui desse comandi. Come un burattino, le braccia e le gambe seguivano ordini che non venivano dal suo cervello. Vide una ragazza che gli sorrideva da lontano, con gli occhi infossati e il sorriso sincero di sempre.
No. Non poteva essere Stella. Stella era morta.
Ma quella ragazza era Stella. Identica.
L’altro — il doppio, la cosa che abitava il suo corpo — si avvicinò a lei. La toccò. Le sussurrò qualcosa all’orecchio. Stella rise, un suono come di vetro che si rompe.
Matteo cercò di gridare.
Non ebbe voce.
PARTE QUINTA: LA CADUTA
Il resto della notte avvenne in blackout. Matteo era consapevole, ma incapace di agire. Il suo corpo —il corpo dell’altro — guidava Stella verso il parcheggio. Lei camminava accanto a lui, ancora sorridendo, come se lo conoscesse da sempre.
“Vado un attimo a fare una telefonata,” disse l’altro con la voce di Matteo.
Stella aspettò vicino all’auto.
Quando l’altro tornò, qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Non era più il ragazzo del ballo. Era qualcosa di selvaggio, di affamato. Stella se ne accorse anche lei: il suo sorriso vacillò.
“Cosa succede?” chiese.
L’altro non rispose. L’afferrò, la spinse dentro l’auto. Stella iniziò a urlare, ma il motore era già acceso e il suono della strada copriva il rumore dei suoi gridi.
Guidarono per quaranta minuti verso il limite della città, verso le montagne. L’altro cantava tra sé, le mani ferme sul volante. Stella si contorceva sul sedile posteriore, cercando di aprire le portiere (tutte chiuse, tutte bloccate).
Quando arrivarono al precipizio, l’altro spense il motore.
“Vieni,” disse.
“No,” sussurrò Stella.
L’altro la trascinò fuori. Lei gridava, graffiava, cercava di colpirlo. Ma il corpo di Matteo era forte — più forte di quanto potesse essere Matteo stesso. L’altro l’afferrò per i capelli e la trascinò verso il bordo della strada.
Dall’auto, Matteo non poteva fare nulla se non guardare.
Stella cadde.
Il suo urlo rimase sospeso nell’aria per alcuni secondi, poi scomparve nel silenzio della notte.
L’altro si voltò, respirando pesantemente.
“Grazie,” sussurrò, come se ringraziasse Matteo per l’uso del corpo.
Poi guidò di ritorno in città, cantando.

PARTE SESTA: IL RISVEGLIO
Matteo si svegliò nel suo letto.
Era mattina. La luce del sole filtrava dalle tende a fiorellini giallognoli. Il suo corpo era intero, senza ferite. Sul comodino, l’orologio segnava le sette e trentadue.
Rimase immobile per dieci minuti, cercando di capire se era ancora in trappola dentro il suo stesso corpo o se era tornato padrone di se stesso. Muove un dito. La mano obbedì. Poi l’altro dito. Poi il braccio intero.
Era di nuovo solo dentro di sé.
Accese il televisore. Il telegiornale trasmetteva il servizio su un incidente stradale nella montagna: una macchina era stata trovata al fondo di un precipizio, carbonizzata. All’interno, i resti di due corpi. Uno era identificato come appartenente a un uomo di trentacinque anni, residente in zona. L’altro corpo non era ancora stato identificato.
Matteo guardò fissamente lo schermo.
“La polizia sta cercando di rintracciare l’identità della seconda vittima,” diceva la giornalista. “Il conducente della vettura è ancora sconosciuto.”
La macchina era la sua. La targa era quella della sua auto.
Matteo si alzò dal letto e andò alla finestra. Nel vialetto, la sua macchina non c’era più. Accanto alla finestra, sul davanzale, c’era una chiave che non riconosceva. Un biglietto era legato al manico con uno spago:
“Adesso siamo uno solo. La macchina, la casa, il lavoro: tutto è mio. Divertiti da dove sei.”
Matteo corse allo specchio del bagno. Il suo volto era quello di sempre, ma leggermente diverso. I lineamenti erano più affilati, più freddi. Quando sorrise, i denti erano più bianchi di quanto ricordasse.
Quando parlò, la voce che uscì dalla sua gola era doppia — la sua, e un’altra sotto.
PARTE SETTIMA: IL NUOVO ORDINE
Le Poste lo assegnarono a una zona diversa. Nessuno sapeva perché, ma Matteo non era il tipo a fare domande.
La casa rimase identica: le tende giallognole, i mobili inglesi, gli animaletti di ceramica. Ma ora sentiva come se la casa lo osservasse dall’interno. Ogni stanza aveva un’atmosfera diversa, come se ci fosse qualcuno seduto nei cuscini del divano, come se nel frigorifero si nascondesse qualcosa di vivo.
I colleghi notavano che era cambiato. Non parlava più, se non il necessario. Una volta lo videro sorridere mentre distribuiva la posta, un sorriso che sembrava appartenere a qualcun altro. Un altro postino commentò: “È come se dentro di lui abitasse un’altra persona.”
Matteo non rispose.
Le settimane passavano. Matteo continuava a vivere, a lavorare, a mangiare. Ma era come se osservasse se stesso da fuori. Il suo corpo faceva cose che lui non controllava completamente. Qualche volta si trovava in posti che non ricordava di aver raggiunto. Una volta si svegliò con le mani coperte di terra e il collare della camicia stracciato. Nella cantina della casa, trovò una buca scavata nel cemento, profonda e irregolare. Non ricordava di averla fatta.
Una notte, si guardò allo specchio e vide due ombre dietro di sé. Una era quella dell’uomo, l’altra era quella di Stella. Stella lo fissava, il sorriso diventato una frattura sul volto.
Matteo gridò, ma il grido uscì basso, gutturale. Non era completamente suo.
Tre mesi dopo il ballo, Matteo ricevette una lettera dalle Poste: il suo incarico era terminato. Un comunicato breve, senza spiegazioni. La lettera era firmata dal direttore, ma la grafia era quella dell’uomo. L’uomo aveva preso il controllo anche della sua cariera.
Matteo rimase a casa.
I giorni iniziarono a perdere i loro contorni. Matteo non dormiva più molto. Passava le notti seduto sul divano azzurro, a guardare la finestra a bovindo, l’oscurità fuori. Qualche volta vedeva volti nelle tende. Qualche volta sentiva voci che lo chiamavano dal giardino.
Una sera, la porta di casa si aprì senza che nessuno suonasse il campanello. Matteo non si mosse. Dentro entrò una giovane donna, gli occhi infossati, il sorriso sinistro. Stella, ancora una volta, ma non era Stella.
“Ti sentiamo,” disse con la voce di Stella, ma era la voce dell’uomo che parlava dalla sua gola.
Matteo cercò di parlare, ma la sua voce non uscì.
“Non hai più voce qui,” continuò l’entità. “Qui siamo noi. La casa è nostra. Sei solo un ospite che non paghiamo affitto.”
Matteo si alzò dal divano, cercando di correre verso la porta. Ma il suo corpo non lo ascoltò. I piedi rimasero incollati al pavimento. Le mani si alzarono lentamente, come mosse da fili invisibili.
Quando arrivò al mattino, gli agenti di polizia trovarono la casa aperta. Dentro, trovarono sangue sulle pareti della cucina. Sulla tavola della cucina, un biglietto scritto a mano:
“Mi sono suicidato. La vita non ha senso. Facciano quello che credono giusto.”
In cantina, trovarono i resti. Non quelli di Matteo — quelli di una dozzina di persone, tutte sepolte in buche irregolari nel cemento. Ossa risalenti a mesi, forse anni. Nel registri delle Poste, scoprirono che Matteo aveva lavorato per l’ufficio per cinque anni senza mai andare in ferie. Nessuno ricordava il suo volto con chiarezza.
Sul corpo di Matteo trovarono una lettera, piegata sul petto:
“Adesso che sono partito, puoi finalmente restare. La casa è tua ora. Io mi porto Stella con me. Abbiamo molto a cui stare dietro.”
Quando arrivò il pomeriggio, la casa rimase vuota. Le mura iniziarono a parlare, sussurrando nelle mura, soffiando attraverso i fori delle prese di corrente. Qualche volta, le tende giallognole si muovevano senza vento. Qualche volta, dal giardino, si sentiva il suono di un’altalena che cigolava, anche se l’altalena non c’era mai stata.
