Esther Hillesum - Etty Hillesum

Etty Hillesum: la scrittrice che cercò la pace ad Auschwitz

Chi era Esther Hillesum

Esther Hillesum è nata il 15 gennaio 1914 a Middelburg, una cittadina della Zelanda nei Paesi Bassi. Tutti la chiamavano Etty. Era la primogenita di una famiglia ebrea: il padre Louis insegnava greco e latino al ginnasio di Deventer, la madre Rebecca Bernstein aveva studiato pianoforte al conservatorio di San Pietroburgo. In casa Hillesum si parlava olandese, tedesco, russo. Gli scaffali traboccavano di libri.

Etty studiò diritto all’Università di Amsterdam, poi lingue slave. Faceva traduzioni dal russo, dava ripetizioni. Leggeva molto: Dostoevskij, Rilke, Tolstoj. Nel marzo del 1941, quando aveva ventisette anni, iniziò a tenere un diario. Amsterdam era sotto occupazione tedesca da quasi un anno. Le prime restrizioni contro gli ebrei erano già in vigore.

I quaderni del 1941-1943

Il diario di Etty copre il periodo tra il marzo 1941 e il settembre 1943. Nove quaderni in totale, più alcune lettere. Non scriveva per testimoniare gli orrori della guerra. Almeno non all’inizio. Scriveva per capire se stessa, per fare ordine nei suoi pensieri, per documentare il suo percorso interiore.

Nelle prime pagine parlava dei suoi amori, delle sue letture, delle sue nevrosi. Soffriva di mal di stomaco cronico, insonnia, crisi di pianto. Nel febbraio del 1941 aveva conosciuto Julius Spier, un chiromante e terapeuta tedesco rifugiato ad Amsterdam. Spier diventò il suo maestro, il suo amante, il suo punto di riferimento spirituale. Morì nel settembre del 1942, prima di essere deportato.

Mentre scriveva, fuori dalla finestra la situazione peggiorava. Gli ebrei non potevano più frequentare cinema, teatri, piscine. Dovevano portare la stella gialla. Venivano licenziati dai loro lavori. Iniziarono le retate, le deportazioni. Etty annotava tutto con una lucidità che oggi colpisce.

La scelta di Westerbork

Nel luglio del 1942 iniziarono le deportazioni di massa verso i campi di concentramento. Il punto di raccolta era Westerbork, un campo di transito nel nord-est dell’Olanda. Migliaia di ebrei olandesi passarono da lì prima di essere spediti verso Auschwitz o Sobibor.

Etty ricevette la convocazione. Poteva nascondersi. Molti suoi amici lo facevano. Ma decise di andare. Riuscì a ottenere un posto nel Consiglio Ebraico, l’organizzazione che collaborava con i nazisti nell’amministrazione del campo. Questo le permetteva di muoversi tra Amsterdam e Westerbork, di portare lettere e pacchi, di aiutare gli internati.

Westerbork si trovava su una brughiera ventosa. Baracche di legno, filo spinato, torrette di guardia. Quando pioveva, il fango arrivava alle caviglie. D’estate la polvere entrava dappertutto. Ogni settimana partiva un treno verso est. Ogni settimana il comandante decideva chi sarebbe salito su quel treno.

Cosa scriveva dal campo

Etty continuò a scrivere anche a Westerbork. Descriveva le scene che vedeva: vecchi che non riuscivano a camminare portati via su barelle, bambini che piangevano chiamando i genitori, donne che cercavano di lavarsi con mezzo bicchiere d’acqua fredda per mantenere un minimo di dignità.

Ogni mattina alle cinque arriva il camion con il pane,” scriveva. “La gente si butta avanti per prendere la sua razione. Litigano per un pezzo di mollica caduto nel fango.”

Ma accanto a queste descrizioni concrete, continuava il suo lavoro interiore. Meditava. Pregava. Leggeva i salmi. Cercava di aiutare chi stava peggio, di portare un po’ di sollievo dove poteva.

Nel suo diario c’è un passaggio che è diventato famoso: “Non posso farci niente, io non provo alcun odio. Non so odiare. Provo per i nostri persecutori la stessa compassione che provo per la nostra gente.

L’ultimo viaggio

Il 7 settembre 1943 anche Etty salì su uno di quei treni. Gettò una cartolina dal vagone. Qualcuno la trovò lungo i binari e la spedì ai suoi amici ad Amsterdam. Sopra c’erano poche righe scritte in fretta: “Lascio il campo cantando.”

Arrivò ad Auschwitz. Morì il 30 novembre 1943. Aveva ventinove anni. La causa ufficiale della morte fu “malattia e deperimento“, secondo i registri del campo.

I suoi diari rimasero nascosti ad Amsterdam per quasi quarant’anni. Furono pubblicati per la prima volta nel 1981 con il titolo “Het verstoorde leven” (Una vita interrotta). Da allora sono stati tradotti in più di trenta lingue.

Perché leggerla oggi

Etty Hillesum scriveva: “Alla fine, noi abbiamo solo un dovere morale: reclamare larghe aree di pace in noi stessi, più e più pace, e di rifletterla verso gli altri. E più pace c’è in noi, più pace ci sarà nel nostro mondo turbolento.”

L’ha scritto nel 1942, mentre ad Amsterdam le SS rastrellano gli ebrei quartiere per quartiere. Mentre a Westerbork i treni partono ogni settimana carichi di persone che non torneranno mai. Sembra impossibile parlare di pace interiore in quel contesto. Eppure lei lo faceva.

Non era una santa. I suoi diari mostrano una donna con desideri sessuali forti, con momenti di rabbia, con crisi di sconforto. Una donna che amava la vita, che voleva vivere. Ma che giorno dopo giorno faceva una scelta precisa: non lasciare che l’odio entrasse dentro di lei.

Devo fare attenzione a non odiare mai le SS,” scriveva. “Perché se lo facessi, mi metterei sullo stesso piano della loro mentalità.”

Oggi viviamo in un’epoca dove l’odio circola veloce sui social media, dove le divisioni politiche sembrano insanabili, dove la rabbia appare come l’unica risposta legittima alle ingiustizie. Il diario di Etty suggerisce un’altra strada. Non più facile, forse più difficile. Una strada che richiede disciplina quotidiana, lavoro su se stessi, scelta consapevole.

Un metodo di resistenza

La pace di cui parlava Etty non era passività. Non significava accettare l’ingiustizia o chiudere gli occhi davanti al male. Significava resistere senza diventare ciò che si combatte. Mantenere la propria umanità integra mentre tutto intorno crollava.

Lei lo faceva attraverso la scrittura, la meditazione, la preghiera. Si fermava più volte al giorno per ritrovare quella che chiamava “la sorgente interiore”. Leggeva poesie mistiche. Parlava con le persone, ascoltava le loro storie, cercava di dare conforto dove possibile.

Scriveva ogni giorno. Anche quando era stanca. Anche quando tutto sembrava inutile. Anche quando il futuro appariva nero. La scrittura era il suo strumento per non perdere se stessa, per mantenere il contatto con quella parte di sé che i nazisti non potevano toccare.

L’eredità dei quaderni

I suoi diari sono diversi da altre testimonianze dell’Olocausto. Non sono principalmente una denuncia dell’orrore nazista. Sono il racconto di una trasformazione spirituale avvenuta in mezzo all’inferno. Mostrano come una persona possa crescere interiormente anche nelle condizioni peggiori, come possa scegliere ogni giorno chi vuole essere.

Etty Hillesum è morta a Auschwitz. Ma le sue parole sono sopravvissute. Continuano a parlare a chi cerca un modo diverso di stare al mondo, a chi vuole resistere all’odio senza alimentare altro odio, a chi crede che la vera rivoluzione inizi dentro di noi.

Il 15 gennaio ricorre il centodieci anni dalla sua nascita. I suoi quaderni sono ancora lì, pubblicati in decine di lingue, letti in tutto il mondo. Una voce che attraversa il tempo per dire che la pace è possibile, ma che va costruita giorno dopo giorno, dentro di noi, prima che fuori.

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Allison Lister