
Scrittrice del mese: Elisa Del Mese — dalla TV al romanzo con “Diffidare delle cucine pulite”
C’è un tipo di scrittura che si forma lontano dai romanzi: nei corridoi di redazione, nelle stanze dove si costruiscono parole per bocche altrui, nell’ascolto paziente di storie che non appartengono a chi le racconta. Elisa Del Mese ha percorso esattamente questo tragitto. Anni di scrittura per la televisione — tra i programmi Le parole della settimana di Massimo Gramellini e Io, Chiara e l’Oscuro di Chiara Gamberale — poi la radio, i podcast, le serie: un’intera carriera costruita attorno alle parole degli altri, con la precisione di chi sa che ogni testo deve funzionare prima ancora di essere bello. Il 25 marzo 2026, con Diffidare delle cucine pulite. Storia di un grande amore pubblicato da Bompiani nella collana Narratori italiani, Del Mese ha firmato il suo primo romanzo.
Il titolo è già un programma in sé. Diffidare delle cucine pulite: un’ingiunzione sottile, quasi un avvertimento sussurrato a qualcuno che conosce bene la differenza tra l’apparenza delle cose e quello che succede quando i piatti sono sporchi e nessuno guarda. Del Mese ha parlato di un libro “un po’ autobiografico” e “totalmente autoconsolatorio”, e questa sovrapposizione tra materia vissuta e architettura narrativa è forse la chiave più utile con cui avvicinarsi al romanzo — non per ridurlo alla cronaca di un’esperienza personale, ma per capire da dove viene la sua urgenza.
L’Archivio per la vecchiaia
Il romanzo comincia dalla fine. Beatrice e Bernardo, i due protagonisti, avevano costruito insieme qualcosa che Del Mese chiama “l’Archivio per la vecchiaia”: una scatola riempita dei ricordi più luminosi, un deposito di presente da aprire quando il futuro fosse diventato troppo pesante da portare da soli. Beatrice ha ventisette anni, è sposata, è madre; Bernardo ne ha trenta in più. La storia inizia da quella scatola e da ciò che rimane dopo che lui è andato via, senza spiegazioni e senza voltarsi.
Beatrice resta con i ricordi, con la scatola, con domande a cui nessuno risponde. La scelta strutturale di partire dall’assenza — di costruire il romanzo come un movimento a ritroso attraverso la memoria — dice qualcosa di preciso sull’intenzione narrativa: Del Mese scrive la storia di ciò che un incontro lascia, del sedimento di un amore, più che della sua nascita e del suo sviluppo. La perdita viene prima. Tutto il resto si ricostruisce da lì.
Immagino Beatrice aprire quella scatola su un tavolo di cucina — una cucina sporca, evidentemente, da cui nessuno diffida — e tirare fuori un foglio scritto a mano, una fotografia, qualcosa che Bernardo aveva toccato. “Questo era il punto,” potrebbe dire a se stessa, guardando un oggetto qualsiasi, “questo era il momento in cui pensavo che sarebbe durato.” E invece.
Beatrice e Bernardo: due nature
I due protagonisti sono costruiti su una differenza di temperatura emotiva prima ancora che anagrafica. Beatrice è descritta come un torrente di parole e paure — qualcuno che produce rumore, che occupa spazio, che elabora il mondo attraverso il linguaggio in modo quasi compulsivo. Bernardo è una diga: certo di sé, capace di contenere, di non cedere al primo urto. Trent’anni tra loro significano anche questo: due modi radicalmente diversi di abitare il proprio corpo dentro una storia d’amore.
La relazione tra i due è presentata come rivoluzionaria e, al tempo stesso, destinata al silenzio. Del Mese non inserisce una logica morale esplicita nel testo: il fatto che Beatrice sia sposata, che abbia una famiglia, viene trattato con la stessa serietà del resto, senza giustificazioni e senza condanne facili. Questa è probabilmente una delle scelte più mature dell’esordio — la capacità di stare dentro la contraddizione di un amore impossibile senza cercare di risolverla in modo schematico, di far sì che i personaggi portino il peso delle proprie scelte senza che l’autrice intervenga a commentare dall’esterno.
“Non capisce,” direbbe Beatrice a un’amica, in una di quelle conversazioni notturne che nei romanzi servono a portare in superficie quello che di giorno rimane sepolto, “non capisce che ci sono cose che non ho mai trovato le parole per dirgli, e lui è andato via prima che trovassi il modo.”
“E adesso?” risponderebbe l’amica.
“Adesso ho le parole. Non ho più lui.”
“L’amore non ha sinonimi”
Del Mese ha dichiarato in un’intervista che questo romanzo nasce da una domanda specifica: ogni grande amore ha una radice istintiva, infantile, piuttosto che essere radicato nella maturità? La domanda rimane aperta nel libro, e l’Archivio per la vecchiaia funziona come dispositivo narrativo per tenerla aperta: i ricordi depositati in quella scatola esistono, hanno consistenza, ma non rispondono. Sono prove di qualcosa accaduto, di un amore che Del Mese descrive come assoluto — l’amore senza sinonimi, quello che, nelle sue parole, vorrebbe tornasse “un po’ di moda“.
È una dichiarazione che in bocca a qualcuno che ha passato anni a costruire contenuti emotivi per la televisione suona in modo particolare, quasi come una presa di distanza da tutto ciò che l’amore non è: l’amore-format, l’amore addomesticato in una struttura narrativa televisiva, l’amore che funziona bene in tre minuti di schermo. Del Mese ha imparato a conoscere tutte quelle versioni ridotte. Questo romanzo sembra il tentativo di andare da un’altra parte.
Dalla scrittura per gli altri alla voce propria
Il percorso professionale di Del Mese è quello di una scrittrice che ha imparato a servire le storie altrui con rispetto e precisione tecnica, prima di occuparsi della propria. Ha lavorato per Colorado Film, per Chora Media, per Podstar e Vois FM; ha scritto soggetti e testi per la radio e le piattaforme podcast; ha costruito, in anni di lavoro, un orecchio molto fino per il ritmo del parlato, per il modo in cui le persone reali usano le pause, le ripetizioni, i giri lunghi prima di arrivare al punto. Tutto questo si sente nel romanzo — nella gestione del tempo narrativo, nel modo in cui le informazioni vengono dosate, nell’attenzione a ciò che i personaggi non riescono a dire oltre a ciò che dicono.
Passare dalla scrittura televisiva alla narrativa lunga non è automatico, e molti ci hanno provato con risultati discutibili, portando nel romanzo abitudini strutturali che appartengono ad altri formati — la scena che deve funzionare in tre minuti, il personaggio che deve essere immediatamente comprensibile, la svolta che arriva sempre al momento giusto. In Diffidare delle cucine pulite, almeno a giudicare dal progetto narrativo, Del Mese sembra aver capito che il romanzo funziona con altri tempi, che la memoria ha una logica diversa dalla sceneggiatura e che certi silenzi devono essere lasciati aperti piuttosto che riempiti.

Bompiani e il panorama degli esordi 2026
L’uscita del romanzo nella collana Narratori italiani di Bompiani segnala una scommessa editoriale su una voce che viene da fuori dal circuito letterario tradizionale. È una tendenza visibile nel panorama editoriale italiano degli ultimi anni: autori che arrivano dalla sceneggiatura, dalla radio, dal giornalismo, e che portano alla narrativa una relazione diversa con la struttura del racconto, con il ritmo della frase, con la gestione del dialogo. Del Mese appartiene a questa categoria, e Diffidare delle cucine pulite si inserisce in una stagione di esordi — quella del 2026 — che sembra particolarmente attenta a queste voci ibride, formatesi altrove e arrivate tardi ai romanzi, ma forse proprio per questo con qualcosa di più preciso da dire.
Il romanzo occupa uno spazio che in Italia rimane difficile da abitare con disinvoltura: quello della narrativa sentimentale seria, che affronta l’amore con la stessa concentrazione formale con cui altri testi affrontano temi considerati più “letterari”. Del Mese sceglie di mettere al centro un sentimento e di guardarlo da vicino, senza allontanare lo sguardo, senza spostarlo su un contesto più ampio o su una trama di genere che lo faccia sembrare più legittimo. Questa scelta di concentrazione ha una sua forma di determinazione.
Perché leggerlo
Diffidare delle cucine pulite è un romanzo da avvicinarsi con almeno due aspettative distinte. La prima è narrativa: la struttura che parte dalla fine e si muove attraverso i ricordi funziona, la coppia Beatrice-Bernardo regge tensioni reali senza che l’autrice ceda alla tentazione di semplificare, e la domanda sull’amore — quella radice istintiva, infantile — rimane aperta fino all’ultima pagina nel modo in cui le domande vere dovrebbero rimanere aperte. La seconda è di postura: Del Mese si occupa d’amore in modo diretto, in un momento in cui la narrativa italiana tende a declinarlo come sfondo di storie più grandi o a trattarlo con una certa ironia protettiva. Questa disposizione a stare dentro il sentimento senza distanza è già, di per sé, una scelta narrativa che vale la pena osservare.
Elisa Del Mese ha attraversato anni di scrittura per gli altri per arrivare a questo libro. L’Archivio per la vecchiaia era già pieno, evidentemente, molto prima che lei trovasse il modo di aprirlo.
Diffidare delle cucine pulite. Storia di un grande amore
Elisa Del Mese
Bompiani, Narratori italiani — marzo 2026
320 pagine — ISBN 9788830154018
