Quando le parole restano sul treno delle 7:40

Il treno delle 7:40 è già in ritardo. Ovvio. Trenitalia non delude mai le aspettative al ribasso. Mi appoggio al muro scrostato della sala d’attesa, caffè in mano che ormai sa di cartone bollente, e controllo il telefono. Nessun messaggio interessante. Solo spam e una notifica di Instagram che mi avvisa che Alisa ha postato una foto col gatto. Di nuovo. Quarto post questa settimana. Il gatto è diventato una celebrity, praticamente.

Guardo il tabellone elettronico: ancora cinque minuti di ritardo. Che poi, “cinque minuti” in linguaggio Trenitalia significa “forse dieci, forse venti, forse mai“. Sospiro e bevo un altro sorso di caffè che ormai è tiepido. Perfetto, pure il caffè mi abbandona.

Penso a Caterina. Di nuovo. Anche se dovrei pensare a cose più produttive tipo la scadenza del bollo auto o il fatto che le piante sul balcone sono morte tutte.

Sono passati due anni da quando ci siamo lasciate. Due anni da quella discussione epica nel parcheggio del supermercato, con lei che mi urlava addosso e io che cercavo di restare calma mentre le buste della spesa mi pesavano sulle braccia. Il latte che colava, i pomodori che minacciavano di sfondare il sacchetto. Un’ambientazione romantica per chiudere una storia, complimenti Giulia.

Mi ha detto che non ero abbastanza presente, che passavo troppo tempo davanti al computer, che non la ascoltavo mai davvero. Forse aveva ragione. Forse no. Probabilmente sì, ma non le darò mai questa soddisfazione.

Il treno arriva con un sibilo metallico e un ritardo di sette minuti. Quasi un miracolo, per gli standard. Salgo, mi faccio largo tra pendolari assonnati che puzzano di deodorante del discount e caffè della macchinetta, e cerco un posto libero. Ultimo vagone, finestrino. Bingo.

Mi butto sul sedile e tiro fuori il Kindle. Oggi finisco Sfera. L’ho trascinato troppo a lungo, tipo la relazione con Caterina ma almeno il libro mi piace.

Alzo lo sguardo per sistemarmi meglio e la vedo.

Tre file più avanti. Capelli castani mossi, bob leggero che le incornicia il viso tipo modella uscita da una pubblicità di shampoo. Libro di carta con copertina verde sbiadita. Occhi bassi sulle pagine, concentrata.

È lei. La donna del treno.

Quella che vedo ogni tanto da settimane ma con cui non ho mai scambiato una parola. Quella che mi fa venire voglia di lasciare il Kindle e fissarla come un’idiota, cosa che ovviamente faccio puntualmente.

Ha qualcosa. Non so cosa. Il modo in cui si morde il labbro quando legge, forse. O quegli occhi verdi che ho intravisto una volta quando ha alzato lo sguardo. Verde intenso, tipo smeraldo ma senza sembrare un annuncio di gioielli.

La guardo. Di nuovo. Come faccio ogni volta che la incrocio su questo treno maledetto. E ogni volta mi dico “dai Giulia, dille qualcosa, anche solo ciao, non è che ti mangia“. Ma poi non lo faccio mai.

Perché con Caterina ho imparato che aprire bocca è sopravvalutato. Che le parole dette male pesano più di quelle non dette. Che a volte è meglio restare in silenzio che dire “ti amo” mentre stai scrollando Instagram.

Il treno rallenta. Lei chiude il libro, infila il segnalibro tra le pagine con gesti precisi tipo chirurgo che sta per operare, e lo mette nella borsa di pelle marrone. Si alza, appoggia la mano al corrimano e si dirige verso l’uscita. Mi passa davanti. Il suo profumo arriva leggero: agrumato, fresco. Lavanda forse. O forse sto solo avendo un’allucinazione olfattiva da troppo caffè.

Potrei fermarla. Potrei dire qualcosa. Anche solo “scusa, che libro stai leggendo?” Banale ma funzionale. Una scusa qualsiasi per iniziare una conversazione.

Ma non lo faccio.

La guardo scendere, sparire nella folla del marciapiede. Il treno riparte. Lei è già andata. Io sono ancora qui, sul sedile, con il Kindle sulle ginocchia e l’ennesima occasione persa da aggiungere alla collezione.

Brava Giulia. Continua così e tra dieci anni sarai ancora qui a fissare sconosciute sul treno senza mai parlare. Un hobby bellissimo, davvero produttivo.

Il telefono vibra. Un messaggio da Antonella.

Ho dimenticato di chiederti: sei libera sabato sera per un appuntamento al buio? Un’amica di un’amica vorrebbe conoscerti.”

Ecco. No.

Appena uscita da un disastro sentimentale di quelli che ti fanno pentire pure l’idea di avere un cuore, dovrei uscire con una sconosciuta? Ma anche no.

Rispondo subito. “Anto, grazie ma passo. Ho già il weekend pieno.

Pieno di cosa? Di popcorn al caramello e Assassin’s Creed. Di Netflix. Di guardare il soffitto chiedendomi dove ho sbagliato nella vita. Un programma fitto.

Dopo due minuti arriva un altro messaggio.

Giù, per sabato le ho detto di sì. Decisione di Alisa. Dice che è ora che tu esca di casa, invece di startene davanti alla PlayStation.

Eccola lì. Come sempre, Alisa comanda. E io obbedisco. Ma perché continuo a dirle di sì?

«Tutto bene?»

Ma lui che vuole.

Alzo lo sguardo. Il tipo che si è seduto accanto a me. Quello con la voce calda e l’aria da “so che ti piaccio“. No, grazie.

«Sì, grazie. Perché?»

«Mi era sembrato che avessi un problema. Comunque, piacere, io sono Massimo.»

«Giulia.»

Conosco il tipo. Quello che si avvicina con aria premurosa, si offre di aiutarti, ti guarda con un sorriso appena accennato e poi aspetta. Aspetta che tu risponda come vuole lui.

No, Massimo. Oggi no.

«Cosa fai nella vita, Giulia?»

Le sue dita lunghe tamburellano sulla custodia del telefono. Ha le unghie curate. Bene per lui, ma continua a non interessarmi.

«Programmo siti internet. Scusami Massimo, sono arrivata. Buon proseguimento.»

Lo dico con cortesia, ma non mi fermo a vedere se incassa. Mi alzo, afferro la borsa e scendo a Valle Aurelia. Santa fermata, con le tue scale mobili cigolanti e l’odore di carta bruciata, mi salvi sempre nei momenti giusti.

Mentre cammino verso l’ufficio, penso ancora a lei. La donna del treno. Gli occhi verdi, il libro verde sbiadito, il modo in cui si mordeva il labbro.

E penso che sono un’idiota. Perché invece di parlare con lei, una che mi interessa davvero, sto per andare sabato a un appuntamento al buio organizzato da Alisa e Antonella. Quelle che pensano di sapere cosa è meglio per me. Quelle che probabilmente mi presenteranno una tipa gentilissima, carina, perfetta sulla carta, e io starò lì a chiedermi perché non è lei. La donna del treno. Quella a cui non ho mai detto niente.

Brava, Giulia. Proprio brava.

Arrivo in ufficio. Luca è già alla sua postazione, sorriso stanco e occhiaie viola.

«Ci risiamo: un nuovo progetto stressante. Meno male che siamo in team.»

«Bella storia. Dove c’è “statistiche” c’è “Excel che piange sangue”. Caffè?»

«Volentieri. In mensa hanno appena sfornato dei biscotti al cioccolato.»

«Hai detto “cioccolato”? Andiamo.»

Scendiamo in mensa, ci sediamo vicino alla finestra. Luca addenta un biscotto e mi guarda con quell’aria da “so che c’è qualcosa che non va”.

«Allora? Fai una faccia.»

«Quale faccia?»

«La tua. La faccia di chi sta pensando troppo.»

Sospiro. «È che… c’è questa donna. Sul treno. La vedo ogni tanto da settimane. Non ci ho mai parlato.»

«E perché no?»

«Perché sono un disastro, Luca. Perché ogni volta che penso di dire qualcosa, mi blocco. Perché ho paura di dire la cosa sbagliata e rovinare tutto prima ancora di iniziare.»

Lui beve un sorso di caffè e mi guarda serio. «Giulia, ti rendi conto che stai rovinando tutto lo stesso, solo che non stai nemmeno iniziando?»

Merda. Ha ragione.

«E comunque,» continua, «che ti frega se dici la cosa sbagliata? Almeno hai provato. Almeno non resti lì a chiederti “e se”.»

«Sì, vabbè, facile a dirsi.»

«Infatti lo sto dicendo. Adesso tocca a te farlo.»

Torno alla scrivania con il biscotto al cioccolato in mano e la testa ancora più incasinata di prima. Apro l’editor di codice, digito la prima riga del nuovo progetto, ma non riesco a concentrarmi.

Penso alla donna del treno. A Marina, che incontrerò sabato. A Caterina, che non vedrò mai più. A tutte le conversazioni che ho evitato, a tutte le parole che non ho detto.

E penso che forse Luca ha ragione. Forse è ora di smettere di restare zitta. Di parlare, di rischiare, di dire la cosa sbagliata invece di non dire niente.

Perché alla fine, le conversazioni che mi fanno più male sono quelle che non ho mai iniziato. Quelle che restano incastrate in gola, tipo quando mangi troppo in fretta e ti viene il singhiozzo.

Sabato vado all’appuntamento con Marina. Magari andrà bene, magari no. Ma almeno ci provo.

E la donna del treno? Se la rivedo, le parlo. Le chiedo che libro sta leggendo. O le dico che ha gli occhi belli. O qualsiasi altra cosa che mi viene in mente, anche se banale, anche se stupida.

Perché almeno avrò provato.

E se mi va male? Pazienza. Almeno non resterò qui a chiedermi “e se” per i prossimi dieci anni.

Anche se, onestamente, continuare a fissarla in silenzio sul treno era più facile.

Ma basta. Giulia, cresci.

Digito un’altra riga di codice e cerco di concentrarmi. Ma il sorriso mi scappa da solo.

Forse, alla fine, tornano tutte. O forse no. Forse quella giusta la devo ancora incontrare.

O forse è già lì, sul treno delle 7:40, con un libro dalla copertina verde sbiadita e occhi che non riesci a dimenticare.

Basta solo avere il coraggio di parlare.

Ascolta su Spotify ➡️ https://open.spotify.com/episode/4dk2d0ARzJ76H3T403qTS1?si=DgiJAhHzSpKtpP-BfF2JMA

Note dell’autrice

Questo racconto è un frammento dell’atmosfera di “Tornano tutte, tranne quella giusta” (preordinabile su Amazon), il mio nuovo romanzo contemporaneo ambientato a Roma.

Giulia è una sviluppatrice web che si muove tra ex che tornano, nuovi incontri e conversazioni mai iniziate. Tra treni pendolari, appuntamenti al buio e donne misteriose con libri dalle copertine sbiadite, prova a capire quando parlare e quando, invece, restare in silenzio è solo un modo elegante per rimandare.

Il romanzo completo esce a febbraio 2026.

Iscriviti alla newsletter per ricevere aggiornamenti sul lancio di “Tornano tutte tranne quella giusta”

News & Attualità

Scrivo solo quando ho qualcosa che vale la pena condividere: testi, uscite, appunti.
Niente invii regolari.

Non invio spam! Leggi l'Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Se vuoi conoscere Giulia prima dell’uscita del libro, puoi ascoltare il podcast Quasi diario di Giulia, disponibile sul mio canale YouTube.

Commenta

Allison Lister