Ritratto editoriale della scrittrice e critica letteraria Concetta D'Angeli

Scrittori del mese: Concetta D’Angeli, la critica che si fa narratrice

Ci sono autrici che arrivano alla narrativa dopo una lunga frequentazione dei libri altrui, e portano con sé lo sguardo di chi ha passato una vita a smontare i testi per capirne il funzionamento. Concetta D’Angeli appartiene a questa famiglia: critica letteraria e studiosa di teatro prima ancora che romanziera, ha costruito la propria voce narrativa su un fondamento raro, quello di chi conosce dall’interno i meccanismi della scrittura e decide, in età matura, di attraversarli dalla parte di chi inventa. Con l’uscita di Rancore per Il ramo e la foglia edizioni, mi sembra il momento giusto per raccontare chi è, da dove viene e perché la sua traiettoria merita attenzione.

Dalla Normale alla cattedra: una vita tra i testi

Concetta D’Angeli è nata a Cittaducale, in provincia di Rieti, il 16 febbraio 1949. La sua formazione passa attraverso due istituzioni che segnano profondamente il suo percorso: la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa, città dove si è stabilita e che ha continuato a essere il centro della sua attività intellettuale. È stata ricercatrice di Letteratura italiana moderna e contemporanea prima all’Università di Udine e poi a Pisa, dove ha insegnato Drammaturgia Teatrale, coltivando quell’interesse per la dimensione scenica del testo che percorre buona parte dei suoi studi.

La sua ricerca si è mossa lungo direzioni molteplici. Da un lato la fiaba di tradizione popolare o colta, con un affetto particolare per Carlo Collodi, al quale ha dedicato pagine importanti sul linguaggio delle Avventure di Pinocchio. Dall’altro i grandi autori del Novecento italiano, da Italo Calvino a Elio Vittorini, da Pier Paolo Pasolini a Giovanni Testori. A questi si aggiunge un filone che considero centrale nel suo lavoro, quello della letteratura scritta da donne, affrontato con una sensibilità politica, sociale e femminista che l’ha portata a studiare Karen Blixen, Agota Kristof, Simone Weil e soprattutto Elsa Morante, autrice alla quale ha dedicato il volume Leggere Elsa Morante (Carocci, 2003), tuttora un punto di riferimento per chi si avvicina all’opera morantiana.

Il teatro, la saggistica e l’impegno culturale

Accanto agli studi letterari, D’Angeli ha coltivato una competenza specifica sulla drammaturgia, testimoniata da titoli come Forme della drammaturgia. Definizioni e esempi (UTET, 2004) e Scrivere per il teatro. Cenni di storia della drammaturgia (CLU, 2006). Insieme a Guido Paduano ha inoltre firmato Contro la morale, la ragione, la morte. Il comico nella letteratura occidentale (Il Mulino, 1999), un saggio che affronta il registro comico come strumento conoscitivo, tema che ritroveremo anche nella sua narrativa. Tra il 2007 e il 2010 ha progettato e realizzato, con Guido Paduano e Alfonso Iacono, la rivista semestrale di studi teatrali Atti&Sipari, che ha ospitato interventi di figure come Carlo Cecchi, Sandro Lombardi, Danio Manfredini ed Enzo Moscato.

Il suo radicamento nella vita culturale pisana si è tradotto anche in un ruolo istituzionale: è membro della giuria del Premio nazionale letterario Pisa nella sezione Narrativa, e dal 2021 ne è stata nominata presidente. È il segno di una studiosa che non ha mai separato la lettura dei testi dalla loro promozione e dal confronto pubblico intorno alla letteratura.

Il passaggio alla narrativa

La scrittura narrativa arriva, per D’Angeli, come approdo di questo lungo percorso. Ha pubblicato Tempo fermo (Pacini Editore, 2017) e I gatti ci guardano (Pacini Editore, 2020), per poi legarsi a Il ramo e la foglia edizioni con Le rovinose (2021), romanzo che è stato presentato al Premio Strega 2022 da Paolo Ruffilli. In queste opere si riconosce una scrittrice che porta nel racconto la stessa attenzione al meccanismo che aveva esercitato da critica: la costruzione dei personaggi, l’uso del punto di vista, la gestione del tempo e del non detto diventano scelte consapevoli, mai casuali.

Con Rancore, pubblicato da Il ramo e la foglia nel 2026, D’Angeli torna a interrogare le identità femminili, muovendosi tra sentimenti difficili e ambigui, la morte e il dolore, senza rinunciare a un registro ironico che ne alleggerisce la materia. La vicenda si colloca nel periodo della pandemia, e proprio quella cornice di sospensione e di clausura diventa lo spazio in cui i rapporti si tendono e i risentimenti trattenuti a lungo emergono. Chi volesse approfondire il romanzo può leggere la mia recensione dettagliata di Rancore, dove entro nel merito della struttura e delle scelte stilistiche dell’autrice.

Perché leggerla

Quello che rende interessante la parabola di Concetta D’Angeli è la coerenza tra la studiosa e la narratrice. Gli autori che ha amato e analizzato per decenni, da Morante a Blixen, hanno lavorato sulle zone d’ombra dell’esperienza femminile, sui legami familiari complicati, sul rapporto tra desiderio e colpa; ed è lo stesso terreno che la sua narrativa attraversa, con la lucidità di chi ha imparato a osservare i personaggi senza indulgenza. Per chi segue la letteratura italiana contemporanea e la scrittura al femminile, è una voce che vale la pena conoscere, tanto per i romanzi quanto per la lezione critica che li precede e li nutre.

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Allison Lister