
Rancore è il quarto romanzo di Concetta D'Angeli (Il ramo e la foglia, 2026): quattro amiche oltre i sessant'anni si ritirano in un casale della campagna toscana durante la prima ondata di Covid e, tra dialoghi e ricordi, mettono a nudo tradimenti, lutti e le maschere dell'identità.
Per chi ama la prosa d'autore e la letteratura al femminile che passa per Elsa Morante e per Le onde di Virginia Woolf.
Un romanzo meditativo e polifonico sul lutto e sulle maschere dell'identità, per chi cerca storie che facciano i conti con la pandemia senza cronaca e senza retorica.
Chiamiamo rancore un movimento verso l’esterno: il conto lasciato aperto con qualcuno, l’astio che cova e aspetta l’occasione per presentarsi. Rancore di Concetta D’Angeli rovescia questa idea e mostra il rancore per quello che spesso è davvero, cioè un lutto che non ha trovato la porta d’uscita, un dolore rimasto incastrato che, non potendo scaricarsi sul morto, finisce per scaricarsi sui vivi.
È un’idea che tocca da vicino il nostro presente. Abbiamo attraversato anni segnati da una perdita collettiva vissuta in isolamento, funerali senza saluto, malati portati via in ambulanza e mai più rivisti, e li abbiamo archiviati in fretta, tornando alla vita di prima senza concederci il tempo di elaborarli. Il libro ci ricorda che il risentimento, in privato come nel discorso pubblico, è spesso un lutto che ha indossato un’armatura. Da questo nodo parte il romanzo, il quarto di D’Angeli – nata a Cittaducale nel 1949, per anni docente di Letteratura italiana contemporanea e di Drammaturgia teatrale all’Università di Pisa, studiosa di scrittrici come Elsa Morante, Karen Blixen, Agota Kristof e Simone Weil – uscito nel 2026 dopo i romanzi Tempo fermo, I gatti ci guardano e Le rovinose.
La storia si apre con una cornice che sposta il baricentro dal fatto al ricordo. Matilde Rosati, anziana, torna a un casale isolato della campagna toscana, dalle parti di Casciana Terme, per firmare l’atto di donazione con cui la casa passa al nipote e alla sua giovane moglie tedesca. La proprietà era di Fiamma, e la cornice colloca Matilde in un dopo, a fare i conti con un’assenza. Da quella soglia il racconto riavvolge il nastro fino alla primavera del 2020, quando Matilde, Fiamma e le amiche fiorentine Elisa e Lauretta lasciarono la città chiusa dal lockdown per rifugiarsi in quello stesso casolare. Nelle giornate dilatate della convivenza forzata, con la spesa contingentata al supermercatino del paese e le passeggiate nell’orto, riaffiorano le gelosie di vecchia data, i risentimenti sedimentati in decenni di amicizia e i lutti che nessuna delle donne ha davvero attraversato.
D’Angeli, che viene dal teatro, costruisce il libro come una partitura a più voci. Il flusso interiore di Matilde, lucida, sarcastica, gelosa da vent’anni della sua stessa compagna, si intreccia ai dialoghi intorno al camino e ai racconti che ciascuna donna porta dentro di sé: il matrimonio di Lauretta con Maurizio, marito seduttore e fedifrago di cui lei ha continuato a correggere i libri anche da morto, ricostruito con l’andatura obliqua della fiaba; il patto ambiguo tra Elisa e la donna che per tutti doveva chiamarsi soltanto «la tata». Le voci si alternano di continuo, la confessione lascia il passo al battibecco, le scene sono impostate come quadri e i dialoghi hanno il ritmo serrato del palcoscenico, con il cinismo tagliente di Elisa a fare da contrappunto alla dolcezza un po’ remissiva di Lauretta, per esempio nella lunga discussione davanti al televisore mentre il Papa impartisce la benedizione Urbi et Orbi in una piazza San Pietro deserta. La materia cupa viene alleggerita da episodi comici e a tratti grotteschi, come i rifornimenti settimanali di Toma, l’ortolano albanese che porta cibo a chilometro zero e notizie dei contagi, senza che il romanzo perda il suo peso.
Il libro è costruito come un giardino chiuso che viene lentamente invaso. Già a Firenze, affacciata alla finestra su una città deserta e stranamente bellissima nel sole di primavera, Matilde osserva che la paura, una volta diventata esplicita e condivisa, smette di essere un sentimento privato e inconfessabile e comincia a saldare gli individui in una folla spaventata, anonima e facile da manovrare. Al casale le quattro amiche provano a rovesciare quel meccanismo, e trattano la casa come un hortus conclusus, una cittadella di resistenza ai mali del mondo dove rifugiarsi a bere, cucinare e raccontarsi la vita; la svolta arriva nel capitolo intitolato «Il giro di boa», quando un gatto che salta sul telecomando fa esplodere all’improvviso nel salotto le immagini dei camion militari che portano via da Bergamo le bare dei morti di Covid. Da quel momento la paura filtra dentro le mura, l’utopia dell’amicizia si incrina e i rancori sopiti riaffiorano uno dopo l’altro.
Al centro di Matilde sta una frattura che dà al libro la sua profondità psicologica. Da bambina volle ricevere insieme Prima Comunione e Cresima, e da adulta si porta dentro le due figure evangeliche di Marta e Maria, la sorella che serve e agisce e quella che ascolta e contempla; a un certo punto ha smesso di riuscire a essere l’una e l’altra insieme, e lo confessa alla sua psicanalista come primo tema di sette anni di analisi. L’interezza che si sente mancare la riconosce in Fiamma, capace di sporcarsi le mani nell’orto e di prendere in punta di dita un ragno per posarlo sul davanzale, carnale e insieme lieve. Il rancore di Matilde nasce anche da qui, dall’invidia per una pienezza che ha perduto e che si trova ogni giorno accanto.
La qualità più preziosa e meno consueta del libro è lo sguardo che riserva alla vecchiaia. Le protagoniste hanno tra i sessantasei e i settantatré anni, e D’Angeli evita di addolcirle o di renderle innocue: dà pieno peso ai loro corpi, ai loro desideri, alle loro meschinità e alle loro gelosie. L’erotismo tra Matilde e Fiamma, compagne da quasi vent’anni, è raccontato in pagine di grande franchezza carnale, senza pudori e senza il filtro pietoso che di solito si riserva alle persone anziane; ed è un erotismo attraversato dall’inquietudine, perché in Fiamma, mutevole, capace di sentire voci che la chiamano da ogni parte, sospesa tra il mondo concreto e quello dei fantasmi, Matilde ama e teme una vitalità che la sovrasta e che intuisce fragile.
Vale la pena dire con chiarezza ciò che il romanzo tiene al proprio centro senza dichiararlo come tesi: Matilde e Fiamma sono una coppia, legate da quasi vent’anni, e la loro è una relazione che l’età non ha spento. Il desiderio che le unisce sfugge a una definizione semplice, perché tanto Fiamma quanto lo slancio di Matilde si sottraggono all’opposizione tra femminile e maschile e lasciano affiorare una sensibilità queer che rifiuta le classificazioni; su questo terreno D’Angeli raccoglie e trasforma in racconto una linea di pensiero femminista, e in particolare del femminismo lesbico, che attraversa il libro senza mai farsi programma.
A questa incapacità di elaborare il lutto il romanzo oppone una via, e la affida alla scrittura. Nel finale una delle amiche, che scrive, spiega a Matilde come si esce dal dolore che resta bloccato: sedersi sulla riva del fiume e aspettare, nella posizione che un proverbio attribuisce a Confucio, dove il cadavere del nemico da attendere diventa la vita stessa e l’attesa sulla sponda diventa la finzione letteraria. Chi scrive esce dal territorio di Marta, quello del fare e del soffrire, ed entra in quello di Maria, dove il dolore decanta e trova una forma. È il suggerimento che il libro rivolge alla sua protagonista incapace di piangere, e in trasparenza al lettore.
La lingua è la vera protagonista, e chiede al lettore di adattarsi al suo passo. Il periodare è lungo e sinuoso, il discorso indiretto libero scivola dentro e fuori dalla testa di Matilde senza stacchi netti, il lessico è toscano e fiorentino, concretissimo, attento al dettaglio minuto: la poltrona bergère troppo profonda in cui sprofondava durante le sedute di analisi, la sdraio a righe bianche e rosse dell’orto, le forchette che tintinnano sul tavolo durante il terremoto dell’infanzia. L’ironia asciutta e qualche affondo grottesco tengono a distanza il pathos e impediscono al racconto di scivolare nell’elegia.
Il romanzo si chiude con una postfazione in cui D’Angeli legge la prima ondata del Covid con gli strumenti del thriller psicologico che predilige: un ritmo lento e incerto all’inizio, poi un crescendo che diventa inarrestabile, con il contagio nei panni di un serial killer senza movente che colpisce a caso, e il richiamo esplicito a Gli uccelli di Hitchcock come modello di terrore senza spiegazione. Segue una cronologia essenziale dei mesi tra il dicembre 2019 e il giugno 2020, che àncora la vicenda alla storia recente e ne ricorda le cifre.
La cornice, che all’inizio pare solo un espediente, si rivela alla fine la chiave del romanzo. Il lettore capisce a poco a poco che Matilde, tornata al casale per firmare la donazione, è rimasta sola, e che l’intero racconto è il tentativo, fallito, di dire addio. Il rancore del titolo sta tutto qui, nell’impossibilità di elaborare la perdita, che si rovescia in astio verso i vivi; ed è la stessa reazione che Matilde, da bambina, aveva provato davanti alla morte del padre e, da adulta, a quella della psicanalista, i due «traghettatori» a cui affida la sua paura più antica. È una tenuta tematica notevole, che dà al libro compattezza. In cambio, il lettore deve accettare un patto: la vicenda esterna è esile e conta poco, quello che muove il libro è il rimuginare della memoria, e il periodare lungo e allusivo, costellato di rimandi ad Ariosto, Rilke, Proust e allo Shining di Kubrick, chiede attenzione e un passo di lettura disteso. Nei punti in cui i ricordi si accavallano il ritmo rallenta, e chi cerca progressione e colpi di scena rischia di trovare il libro chiuso su se stesso, tanto quanto lo è il casale delle sue protagoniste.
Rancore parla soprattutto a chi ama la prosa d’autore e la tradizione della letteratura al femminile che passa per Elsa Morante, la scrittrice a cui D’Angeli ha dedicato anni di studio. È un libro per chi cerca romanzi che facciano i conti con la pandemia senza cronaca e senza retorica, per chi non si spaventa davanti a un impianto meditativo, e per chi apprezza le storie che mettono al centro l’amicizia, la vecchiaia e il desiderio femminile con onestà. Chi invece predilige la narrativa di trama, veloce e ricca di eventi, farà bene a saperlo in anticipo: qui il piacere sta nella lingua, nella profondità psicologica e nel modo in cui quattro donne, chiuse in una casa mentre fuori il mondo si ammala, si raccontano e si feriscono.
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