Quando una storia prende il controllo: scrivere di streghe, revisioni e i tempi che non rispettano le scadenze

Le streghe erano queer? Storia di un simbolo, dai processi a W.I.T.C.H.

La strega, oggi, è dappertutto: sulle magliette dei cortei femministi, nei manifesti dei Pride, nei romanzi e nelle serie che hanno riempito gli ultimi dieci anni. È diventata l’immagine di chi sta ai margini e non chiede scusa. Poi apri un libro di storia e trovi una vicenda molto diversa: migliaia di donne processate, torturate e uccise da tribunali che credevano davvero a quello che scrivevano nei verbali.

Le due storie non coincidono, e il punto interessante è proprio il salto dall’una all’altra. Ne ho fatto un video, che trovi qui sotto, e in questo articolo riprendo il filo con qualche dato in più e i riferimenti per approfondire.

I numeri veri, prima di tutto

Tra il Quattrocento e il Settecento, in Europa e nelle colonie americane, gli storici stimano circa centomila processi per stregoneria e un numero di persone giustiziate compreso tra quarantamila e sessantamila. La fase più intensa cade tra il 1560 e il 1630, negli anni della Controriforma e delle guerre di religione.

Vale la pena fermarsi un attimo su questa cifra, perché in giro ne circola un’altra. Il numero dei «nove milioni di streghe bruciate» compare ancora oggi nei post e nelle didascalie, ed è una leggenda ottocentesca senza alcun fondamento documentario. Ripeterla non rende onore a nessuno: sostituisce quarantamila persone reali, con un nome e un processo agli atti, con una cifra inventata.

Una precisazione geografica, perché anche qui l’immaginario inganna. Le cacce più violente non si svolsero nella Spagna dell’Inquisizione. Il cuore del fenomeno fu l’Europa centro-occidentale: la Svizzera, alcuni principati francesi e soprattutto i territori di lingua tedesca del Sacro Romano Impero. Salem, nel 1692, arriva alla fine di tutto ed è un episodio piccolo in confronto, diventato famoso per ragioni letterarie più che statistiche.

Il manuale: Malleus Maleficarum, 1487

Nel 1487, a Spira, uscì il libro che a lungo diede una cornice a queste persecuzioni: il Malleus Maleficarum, «il martello delle streghe», attribuito all’inquisitore domenicano Heinrich Kramer.

Era un manuale operativo. Descriveva i presunti poteri delle streghe, spiegava come riconoscerle, come interrogarle e come condurre il processo, tortura compresa. Ebbe decine di edizioni e attraversò la frattura della Riforma: lo usarono i cattolici e lo usarono i protestanti. Dedica pagine intere a spiegare perché, secondo i suoi autori, la donna fosse più esposta alla seduzione del demonio. È misoginia messa nero su bianco, con la pretesa di essere metodo.

Detto questo, gli storici invitano alla prudenza sul suo peso reale. L’influenza del Malleus fu graduale e discontinua, e nei primi decenni fu perfino contestata da parte delle autorità ecclesiastiche. La caccia alle streghe nasce dall’incontro fra un clima culturale, una crisi materiale e una macchina giudiziaria disposta a credere alle denunce.

Chi finiva accusata

Circa l’ottanta per cento degli accusati in Europa erano donne, con punte molto più alte in alcune aree e una concentrazione su chi aveva superato i quarant’anni. Le ragioni si intrecciano, e ciascuna spiega un pezzo.

  • La frattura religiosa. Riforma e Controriforma spinsero entrambe le confessioni a fare pulizia dentro le proprie comunità, e chi stava ai margini della norma diventò il primo sospettato.
  • La crisi materiale. Il periodo coincide con decenni di raccolti falliti, inverni durissimi, epidemie, prezzi in aumento. Quando i bambini muoiono e il bestiame si ammala, una comunità senza spiegazioni ne cerca una con un volto e un nome.
  • La posizione sociale. Le accusate erano spesso vedove o donne sole, senza figli in grado di proteggerle: fragili e scomode allo stesso tempo, perché dipendevano dalla carità del vicinato. Molte erano levatrici, guaritrici, esperte di erbe, in un’epoca in cui il sapere sul corpo e sulla nascita stava passando sotto altre mani.
  • I tribunali locali. Bastava una voce, un rancore vecchio di anni, una lite per un confine. La denuncia partiva dal vicinato e il tribunale la trasformava in procedura. La tortura faceva il resto: produceva confessioni e, soprattutto, produceva altri nomi.

Il ritratto che ne esce è preciso: la donna più esposta era quella che stava fuori dallo schema. Tenetelo a mente, perché è il punto in cui la storia documentata comincia a somigliare al simbolo che conosciamo.

Da vittima a eroina: Michelet, poi Federici

Il primo a ribaltare lo sguardo fu lo storico francese Jules Michelet, che nel 1862 pubblicò La Sorcière. Nel suo racconto la strega diventa una figura di ribellione: la donna del popolo che conserva un sapere antico e resiste al peso della Chiesa e del sistema feudale. Dal punto di vista del metodo il libro è poco rigoroso, e diverse sue tesi sono state smontate. Il gesto però conta, perché è il primo: da quel momento la strega può essere raccontata dalla sua parte.

Una nota, perché è la fonte di molta confusione. All’inizio del Novecento l’egittologa Margaret Murray sostenne che le streghe fossero le sacerdotesse di un’antica religione pagana sopravvissuta al cristianesimo. La tesi ebbe un successo enorme nella cultura popolare e sta dietro a moltissimi romanzi e film, ma la storiografia l’ha respinta: alle fonti non regge.

Un secolo e mezzo dopo Michelet, l’intuizione trova una base teorica in un libro molto discusso: Calibano e la strega di Silvia Federici, uscito nel 2004 e tradotto in italiano da Mimesis. La tesi: le cacce non furono un residuo di superstizione medievale destinato a spegnersi con il progresso, bensì uno strumento del passaggio al capitalismo, un modo per disciplinare i corpi delle donne e spingerle dentro il lavoro domestico non pagato. È un’interpretazione, e non tutta la storiografia la accetta. Ha però avuto un peso enorme nel modo in cui oggi guardiamo a quella stagione.

Halloween 1968: la riappropriazione

Nell’autunno del 1968, a New York, un gruppo di femministe fondò un collettivo con un nome provocatorio: W.I.T.C.H., che in inglese suona esattamente come la parola «strega». Il giorno di Halloween sfilarono nel distretto finanziario vestite di nero, con scope e cappelli a punta, per lanciare un maleficio teatrale su Wall Street.

Era guerriglia simbolica, nata dentro il movimento di liberazione delle donne. Prendevano la parola che per secoli era servita a marchiare le donne pericolose e la indossavano in pubblico, ridendo. Nei mesi successivi nacquero altri gruppi con la stessa sigla in diverse città americane, e il nome arrivò fino in Giappone. Da insulto a bandiera: lo stesso meccanismo che il movimento LGBTQ+ avrebbe usato con la parola queer.

E allora, le streghe erano queer?

Se la domanda riguarda le donne processate quattrocento anni fa, la risposta onesta è che non lo sappiamo, e che porla in questi termini è già un errore di metodo. Le nostre categorie di identità sono recenti: proiettarle sul Cinquecento significa leggere il passato con occhiali che quelle persone non avevano. Gli atti dei processi parlano di malefici, patti col diavolo, latte inacidito, e non ci restituiscono l’interiorità delle accusate.

Il legame è di un’altra natura, ed è simbolico. Torna il ritratto di prima: la donna sola, senza un uomo che risponda per lei, con un sapere che non dovrebbe avere e una reputazione fuori posto. È la descrizione di chi non sta dentro le aspettative di genere della propria comunità. Ecco perché tante persone queer, oggi, si riconoscono in quella figura: la strega è l’archetipo di chi vive ai margini e viene temuto perché sfugge al controllo. La cultura contemporanea lo ha reso esplicito, da Chilling Adventures of Sabrina in avanti, dove personaggi apertamente trans e queer stanno nel mondo delle streghe senza che questo sia un problema da risolvere.

Che cosa me ne faccio, da scrittrice

Quando scrivo una strega, la tentazione facile è darle poteri. È la scorciatoia: il potere risolve le scene, riempie il terzo atto, dà spettacolo. Solo che il potere magico è la parte meno interessante di questa figura. Quello che la rende viva sulla pagina è la posizione che occupa, al margine di una comunità che la usa e la teme allo stesso tempo, che le chiede aiuto di notte e la denuncia di giorno. È un personaggio costruito su una tensione sociale reale, e le tensioni sociali reali sono il materiale migliore che un narratore possa avere.

Ne ho scritto anche quando una storia ha preso il controllo durante le revisioni, ed è il terreno su cui si muove la mia serie a episodi L’ora delle streghe. Se ti interessano i meccanismi di costruzione di un personaggio del genere, trovi qualcosa anche in come si costruisce un narratore inattendibile e in scrivere dialoghi con il sottotesto. Sul versante letture, la strega compare spesso anche nella mia guida ai romanzi horror per Halloween. Di temi queer nella cultura scrivo invece su DDUL.

Le streghe storiche non erano un movimento. Erano, quasi sempre, vittime di un sistema che aveva bisogno di un colpevole. La strega di oggi è una cosa diversa: è una scelta, e la scegliamo noi, sapendo da dove viene.

E per te la strega è paura, è potere, o sono la stessa cosa guardata da due parti diverse? Scrivimelo nei commenti, qui o sotto il video.

Fonti

Encyclopaedia Britannica alle voci early modern witch trial, witch hunt e Malleus maleficarum; Lumen Learning, The Witch Trials, per la ripartizione geografica e la percentuale femminile; CICAP, Perché la caccia alle streghe, per le cause sociali ed economiche; le schede su La Sorcière di Michelet e sulla tesi di Margaret Murray; Silvia Federici, Calibano e la strega (ed. Mimesis); Wikipedia, Dig Podcast e Jewish Women’s Archive per le azioni di W.I.T.C.H. nel 1968.

Da vedere: «Carmilla», la vampira che viene prima di Dracula

L’Ottocento ha usato anche un’altra figura per dire il desiderio fra donne e poi rimetterlo al suo posto. Nel dicembre del 1871 Joseph Sheridan Le Fanu comincia a pubblicare a puntate «Carmilla»: l’attrazione fra le due protagoniste è detta in chiaro, e la condanna arriva da una cornice medica aggiunta intorno al racconto. Ne ho fatto un video, con i dati di pubblicazione verificati e quello che gli adattamenti hanno tolto.

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Allison Lister