Il perturbante nella narrativa horror: rendere minaccioso il familiare

Craft & Tecnica: il perturbante e l’arte di rendere minaccioso il familiare

Il video di questa settimana parte proprio da qui: «Il giro di vite» di Henry James contro «The Haunting of Bly Manor», cioè cosa succede al perturbante quando una serie decide di spiegare i suoi fantasmi.

C’è un’esperienza che ogni lettore di storie di paura conosce e che raramente sa nominare: il momento in cui una stanza percorsa mille volte, un oggetto maneggiato senza pensarci, un volto amico cominciano a restituire qualcosa che non torna. La minaccia più tenace della narrativa dell’orrore nasce dal luogo che credevamo di possedere, dagli arredi di cui conosciamo la disposizione, dalle persone di cui riconosciamo la voce. A questa esperienza la teoria letteraria ha dato un nome preciso, e comprenderlo permette a chi scrive di costruire la paura con strumenti governabili, invece di affidarla al caso.

Il termine lo ha fissato Sigmund Freud in un saggio del 1919 intitolato Das Unheimliche, tradotto in italiano come Il perturbante. Freud parte da un’osservazione linguistica: l’aggettivo tedesco unheimlich è la negazione di heimlich, parola che rimanda a Heim, la casa, e quindi a ciò che è familiare, intimo, domestico. Il perturbante, sostiene Freud, riguarda il ritorno di un contenuto familiare e antico, un tempo rimosso, che riaffiora sotto una forma alterata. La paura, in questa lettura, appartiene alla categoria del rimosso: un materiale conosciuto da sempre riemerge dove meno lo attendevamo, e proprio la sua familiarità lo rende insopportabile.

Freud costruisce il saggio raccogliendo e discutendo un lavoro precedente dello psichiatra Ernst Jentsch, e sceglie come caso letterario centrale un racconto di E.T.A. Hoffmann, Der Sandmann (L’uomo della sabbia), apparso nel 1816 nella raccolta Nachtstücke. Nel racconto il giovane Nathaniel si innamora di Olimpia, una fanciulla che si rivelerà essere un automa costruito da due uomini, e la scoperta lo trascina alla follia. Jentsch aveva individuato una delle sorgenti più efficaci dell’effetto perturbante nell’incertezza in cui il lettore viene tenuto: la difficoltà di stabilire se una figura sia una persona viva o un congegno meccanico. Freud aggiunge a questa intuizione il tema degli occhi e della loro minaccia, e soprattutto la figura del doppio, il Doppelgänger, che percorre molta letteratura romantica e continua a lavorare nell’orrore contemporaneo.

Da Hoffmann in avanti, alcuni dispositivi ritornano con regolarità perché toccano lo stesso nervo. Il doppio mette davanti al personaggio una copia di sé, un gemello, un ritratto, un riflesso che agisce per conto proprio, e incrina la certezza di essere un individuo unico e padrone delle proprie azioni. La ripetizione involontaria, il ritrovarsi allo stesso punto, il numero che ricompare, la coincidenza che si replica, produce un sospetto di destino e di automatismo. L’oggetto animato, la bambola, il manichino, la statua, la macchina che imita il vivente, confonde il confine tra ciò che ha volontà e ciò che non dovrebbe averne. Ognuno di questi motivi funziona perché lascia intatta la superficie del reale e vi introduce una singola deviazione.

Il luogo domestico resta il territorio d’elezione del perturbante, e la casa infestata ne è la forma più matura. In The Haunting of Hill House (L’incubo di Hill House, 1959) Shirley Jackson costruisce il suo edificio con angoli calcolati appena fuori squadra, porte che si chiudono da sole, distanze che non corrispondono alle attese; il terrore cresce dalla percezione lenta che la geometria della casa sia sbagliata di pochi gradi, quanto basta perché chi la abita perda il senso dell’orientamento. Jackson mostra pochissimo di esplicito: lavora sull’edificio come su un organismo che risponde, e affida lo spavento alla mente dei personaggi, che riconoscono nella casa qualcosa di intimo e ostile a un tempo. La lezione, per chi scrive, sta nel metodo: l’ambientazione regge lo spavento quando conserva i tratti della normalità e li piega di poco.

Tradotto in pratica di scrittura, il perturbante chiede una sequenza precisa. Prima si stabilisce il familiare. Il lettore deve abitare un ambiente riconoscibile, con dettagli concreti e verificabili, orari, gesti quotidiani, nomi di stanze e di oggetti, perché la deviazione abbia da cosa staccarsi. Poi si introduce una sola anomalia. Una fotografia in cui compare una persona che nessuno ricorda di aver visto, un rumore di passi al piano di sopra in una casa vuota, un riflesso che si muove con un istante di ritardo: la deviazione lavora quando resta unica, misurata e interna alla logica dell’ambiente. Infine si controlla la certezza del lettore. L’effetto si mantiene finché non è possibile decidere se la figura sia viva o meccanica, se il fenomeno sia reale o immaginato dal personaggio, e si spegne nel momento in cui una spiegazione chiude ogni margine.

Due errori ricorrenti indeboliscono il perturbante. Il primo è la fretta della spiegazione: appena il testo dichiara la natura del fenomeno, la casa torna a essere una casa e la bambola torna a essere una bambola, e l’inquietudine si dissolve. Conviene ritardare, tenere aperta l’ipotesi razionale accanto a quella soprannaturale, lasciare che il personaggio dubiti della propria percezione. Il secondo errore è l’accumulo: molte anomalie sovrapposte spingono il testo verso lo spettacolo dell’orrore e allontanano il registro sommesso in cui il perturbante prospera. Una crepa sottile inquieta a lungo, mentre una voragine si esaurisce in fretta.

Per la narrativa italiana dell’orrore, spesso costretta a difendersi dal pregiudizio del genere, il perturbante offre una via d’accesso colta e sobria, capace di parlare anche a lettori che diffidano dello splatter e cercano un’inquietudine più mentale. Chi voglia approfondire il versante tecnico può leggere, su questo blog, le pagine dedicate a come costruire la suspense governando ciò che il lettore sa e al ritmo del racconto, mentre sul rapporto tra l’orrore e la sua storia di simboli restano utili le riflessioni su le streghe come simbolo e sullo stato dell’horror italiano. Chi cerca narrativa che pratichi questa inquietudine sommessa può esplorare il catalogo di Subway Press. Le storie che continuano a spaventare, del resto, sono quelle che ci lasciano soli in una stanza familiare e ci spingono a controllare, ancora una volta, l’angolo che avevamo sempre creduto vuoto.

Commenta

Allison Lister