Tornano tutte tranne quella giusta

Una settimana al lancio: cosa significa autopubblicare

Manca una settimana. Sei giorni. Centoquarantatré ore, se vogliamo essere precisi, e sì, le ho contate, perché evidentemente non ho niente di meglio da fare alle tre di notte.

Giovedì 26 febbraio esce “Tornano tutte, tranne quella giusta“. Il mio libro. Quello che ho scritto, riscritto, corretto, ricorretto, impaginato, reimpaginato, e poi impaginato di nuovo perché Amazon ha deciso che il margine interno era sbagliato di due millimetri. Due millimetri. Come se qualcuno li notasse mai.

Autopubblicare significa questo: litigare con i millimetri alle due di notte mentre ti chiedi se ne valga davvero la pena.

Il glamour del self-publishing

C’è questa idea romantica dell’autopubblicazione. Lo scrittore indipendente che bypassa il sistema editoriale, che mantiene il controllo creativo, che non deve rendere conto a nessuno. Libertà totale. Autonomia artistica. Potere nelle mani dell’autore.

Ecco, la realtà è leggermente diversa.

La realtà è che stamattina ho passato tre ore a spostare un’immagine di copertina di mezzo centimetro perché Canva e Photoshop hanno opinioni diverse su cosa significhi “centrato”. La realtà è che ho scoperto un refuso a pagina 47 mentre controllavo l’anteprima del cartaceo, il che significa che ho dovuto correggere il file Word, poi il file per Kindle, poi il file per la stampa, poi ricaricare tutto, poi aspettare che Amazon approvasse, poi controllare di nuovo perché magari nel frattempo avevo creato un nuovo errore.

La realtà è che nessuno ti paga per fare tutto questo. Lo fai perché ci credi, o perché sei testarda, o perché a un certo punto hai iniziato e ormai non puoi più fermarti.

Il delirio della formattazione

Se c’è una cosa che ho imparato in queste settimane, è che esistono almeno diciassette modi diversi per sbagliare un margine.

Il cartaceo è stato un incubo. Non perché sia tecnicamente difficile, ma perché ogni volta che pensavo di aver finito, trovavo qualcosa che non andava. Un capitolo che iniziava sulla pagina sbagliata. Un’intestazione che si era spostata. Un font che aveva deciso autonomamente di cambiare dimensione in un paragrafo specifico, senza motivo apparente, come se Word avesse una vita propria e un pessimo senso dell’umorismo.

E ogni correzione sul cartaceo significava tornare indietro e verificare che la stessa correzione fosse presente anche nella versione Kindle e nel file Word “pulito” che tengo come backup. Tre versioni dello stesso libro, tre formati diversi, tre modi diversi per dimenticarti qualcosa.

A un certo punto ho trovato lo stesso errore in tutti e tre i file. L’avevo corretto sul cartaceo, mi ero convinta di averlo corretto anche sugli altri, e invece no. Perché il mio cervello alle undici di sera funziona così: è convinto di aver fatto cose che in realtà ha solo immaginato di fare.

La copertina e io

La copertina merita un capitolo a parte. Anzi, meriterebbe un libro a parte. Un memoir intitolato “Come ho passato sei ore a spostare un titolo di tre pixel“.

Amazon ha requisiti specifici per le copertine. Dimensioni esatte, risoluzione minima, margini di sicurezza, zone dove non puoi mettere testo perché potrebbero essere tagliate. Ho letto le linee guida. Le ho rilette. Le ho stampate e appese accanto al monitor. E nonostante questo, ogni volta che caricavo la copertina, qualcosa non andava.

Troppo piccola. Troppo grande. Risoluzione insufficiente. Risoluzione eccessiva (sì, esiste anche questo problema, perché il file diventa troppo pesante). Il rosso del titolo che sullo schermo sembrava perfetto e nell’anteprima di stampa diventava arancione. Il nero dello sfondo che non era abbastanza nero.

Stamattina ho aperto Canva alle nove. Alle undici e mezza ero ancora lì, a confrontare versioni della stessa copertina che differivano per dettagli che probabilmente nessun lettore noterà mai. Ma io li notavo. E non riuscivo a lasciar correre.

Perché lo faccio

A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: ma perché? Perché non cercare un editore tradizionale, delegare tutto questo lavoro tecnico, concentrarsi solo sulla scrittura?

La risposta è complicata. In parte è controllo: voglio decidere io come appare il libro, quando esce, a che prezzo viene venduto. In parte è velocità: con un editore tradizionale avrei aspettato anni, e questa storia volevo pubblicarla adesso. In parte è testardaggine: ho iniziato così, continuo così.

Ma soprattutto, c’è qualcosa di particolare nel fare tutto da sola. È faticoso, frustrante, a volte esasperante. Ma quando il libro sarà finalmente disponibile, saprò che ogni singolo dettaglio è passato dalle mie mani. Ogni virgola, ogni margine, ogni pixel della copertina. Non è perfetto, niente lo è mai, ma è mio nel senso più completo del termine.

Gli ultimi giorni

Questa settimana sarà lunga. Ci sono ancora cose da controllare, dettagli da sistemare, paranoie da gestire. Continuerò a svegliarmi alle tre di notte convinta di aver dimenticato qualcosa di fondamentale. Continuerò a rileggere passaggi che ho già riletto cento volte, cercando errori che probabilmente non esistono.

E poi, giovedì, il libro uscirà. Giulia e le sue ex, i treni per Roma, gli appuntamenti al buio organizzati dalle amiche, tutto quello che ho scritto in questi anni diventerà accessibile a chiunque voglia leggerlo. Non sarà più solo mio.

È spaventoso. È anche, in un modo strano che non so spiegare, esattamente quello che volevo.

Giovedì 26 febbraio

Tornano tutte, tranne quella giusta” esce giovedì 26 febbraio. Sarà disponibile su Amazon, in formato ebook e cartaceo.

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Ci vediamo giovedì. Io sarò quella che refresha ossessivamente la pagina Amazon per vedere se il libro è davvero online.

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Allison Lister