
Giulia ha trentasei anni e continua a innamorarsi delle persone sbagliate. Non per caso, non per sfortuna, ma perché c'è qualcosa nei disastri relazionali che le risulta stranamente familiare. Una storia queer romana dove l'ironia non nasconde le ferite, gli amici dicono la verità che fa male e il lieto fine non è garantito.
C'è un momento nella vita in cui ti guardi indietro e vedi un pattern. Non è una rivelazione improvvisa, più un lento riconoscimento che preferiresti evitare. Le relazioni che finiscono sempre allo stesso modo. Le persone diverse ma con lo stesso sapore di errore. La sensazione di aver già vissuto questa scena, questo tradimento, questa delusione. E la domanda che alla fine arriva sempre: perché continuo a farlo?
Tornano tutte, tranne quella giusta racconta esattamente questo. Non è una storia d'amore nel senso classico del termine. È una storia su come amiamo male, su come ripetiamo gli stessi sbagli aspettandoci miracolosamente risultati diversi, su quel punto cieco che tutti abbiamo quando si tratta di relazioni.
Giulia ha trentasei anni e una vita che funziona abbastanza bene. Programma per vivere, scrive codice che funziona meglio delle sue relazioni. Pratica judo per sfogarsi, perché a volte buttare qualcuno sul tatami è più sano che mandare quel messaggio che sai già essere un errore. Passa le serate tra birre con gli amici e chat che portano sempre nei posti sbagliati. Ha un'ironia tagliente che usa come scudo, un debole per le donne complicate che usa come sabotaggio, e la pessima abitudine di ripetere gli stessi errori credendo che stavolta sarà diverso.
Ma non è mai diverso. Non finché non capisci perché continui a scegliere chi ti fa stare male.
La storia si svolge a Roma, ma non la Roma cartolina. Questa è la Roma degli uffici web dove si passano otto ore davanti a schermi luminosi, dei locali notturni dove le conversazioni si perdono nella musica troppo alta, degli appartamenti condivisi dove le vite si intrecciano per necessità e poi per scelta. È una città dove puoi sentirti sola in mezzo a milioni di persone, e dove trovare la tua tribù fa tutta la differenza.
Le vite si intrecciano in modi imprevisti, come succede sempre quando vivi davvero un posto invece di limitarti a attraversarlo. Ci sono Alisa e Antonella, coppia affiatata che rappresenta quella stabilità che Giulia osserva con una mescolanza di invidia e scetticismo. Sono famiglia scelta, quel tipo di legame che costruisci quando il sangue non basta o non c'è. Sono il porto sicuro dove tornare quando tutto il resto va a pezzi, quelle che dicono la verità anche quando preferiresti una bugia consolatoria.
C'è Luca, amico di sempre, quello che capisce prima di lei quando sta per cascarci di nuovo. È il tipo di amico che ti conosce abbastanza da vedere i pattern che tu stessa neghi, quello che ti dice "questa la conosco già" quando inizi a parlare dell'ultima donna che hai incontrato. E ha quasi sempre ragione, dannazione.
E poi ci sono loro: le donne. Quelle che entrano, escono, riappaiono quando meno te lo aspetti o quando lo desideri di più. Quelle che Giulia insegue e quelle che la cercano. Quelle che sono palesemente sbagliate fin dal primo messaggio e quelle che forse non lo sono, ma lei riesce a rovinare comunque. Ognuna lascia qualcosa, ognuna insegna qualcosa, anche se la lezione arriva sempre dopo, quando è troppo tardi per cambiare l'esito.
Quello che rende Tornano tutte, tranne quella giusta diverso da molte storie LGBTQ+ è l'onestà brutale con cui affronta le relazioni. Non ci sono anime gemelle che si riconoscono al primo sguardo. Non ci sono ostacoli esterni da superare insieme per dimostrare la forza dell'amore. Non c'è la società omofoba come unico problema da combattere.
Ci sono invece persone imperfette che scelgono male, che si feriscono, che si lasciano, che tornano, che ripartono. Ci sono le chat alle tre di notte che sai di non dover mandare ma mandi lo stesso. Ci sono le storie che sembrano promettere qualcosa e poi si sgonfiano in banalità. Ci sono le amicizie che salvano quando l'amore distrugge.
Tra progetti di videogiochi che Giulia sviluppa con la stessa passione che mette nelle sue relazioni disastrose, allenamenti di judo dove impara l'importanza del controllo che poi non applica mai alla sua vita sentimentale, e relazioni che si annodano e si sciolgono con una regolarità quasi rituale, il cuore della storia resta uno: perché continuiamo a scegliere chi ci fa stare male?
È una domanda che attraversa tutta la narrazione senza promettere risposte facili. Perché non ci sono risposte facili. C'è il lavoro lento e doloroso di guardarsi dentro, di riconoscere i pattern, di ammettere che forse il problema non sono sempre gli altri. C'è la fatica di cambiare quando cambierebbe anche tutto il resto, quando le tue sicurezze si costruiscono proprio su quei meccanismi disfunzionali.
Giulia dovrà decidere cosa vuole davvero. Ma prima deve capire cosa l'ha portata fin qui, quali ferite non guarite cerca di medicare con le persone sbagliate, quale paura la tiene ancorata a dinamiche che conosce anche se la distruggono.
Uno dei punti di forza del romanzo è quanto i personaggi sembrino reali. Giulia non è la protagonista perfetta che fa scelte coraggiose e impara le sue lezioni con grazia. È irritante quanto basta, testarda oltre il ragionevole, capace di fare la stessa identica cosa che non ha funzionato le ultime cinque volte. È il tipo di persona che urleresti contro se fosse la tua amica, ma che capisci perché ci sei passata anche tu, o ci passerai.
La sua ironia è vera, non una patina brillante messa lì per rendere il personaggio simpatico. È il modo in cui sopravvive, in cui mantiene una distanza di sicurezza dalle emozioni che la spaventano. È autoironia feroce che a volte diventa autodisprezzo, battute taglienti che a volte feriscono chi le riceve.
Le donne che attraversano la sua vita non sono macchiette o stereotipi. Ognuna ha la sua complessità, i suoi motivi, le sue ferite. Non sono "quella cattiva" o "quella buona". Sono persone che stanno facendo il meglio che possono con quello che hanno, esattamente come Giulia. A volte il loro meglio è compatibile con il suo, a volte no.
Gli amici sono il vero tessuto connettivo della storia. Alisa e Antonella non sono lì solo per fare da sfondo alle vicende romantiche di Giulia. Hanno la loro vita, i loro problemi, la loro relazione con le sue dinamiche e le sue crisi. Luca non è il gay best friend stereotipato. È una persona vera che ha scelto di voler bene a Giulia nonostante tutto, che si stanca, che si arrabbia, che non sempre sa cosa dire.
Lo stile narrativo riflette il contenuto: diretto, a volte crudo, senza fronzoli. Non ci sono lunghe descrizioni poetiche di Roma al tramonto o metafore elaborate sull'amore. C'è invece una voce che parla chiaro, che chiama le cose con il loro nome, che non abbellisce quello che è brutto.
I dialoghi suonano veri perché catturano il modo in cui le persone parlano davvero: con frasi interrotte, non detti, battute che nascondono quello che si vorrebbe dire ma non si ha il coraggio di esprimere. Le conversazioni tra Giulia e i suoi amici hanno quel ritmo specifico che si crea solo quando le persone si conoscono abbastanza da non dover spiegare tutto.
Il romanzo non ha paura di essere scomodo. Non cerca di rendere Giulia sempre simpatica o giustificabile. A volte fa cose che fanno arrabbiare, prende decisioni che vorresti bloccare prima che le prenda. Ma questa è esattamente la forza della narrazione: non chiede di approvare tutto quello che fa la protagonista, chiede di capire perché lo fa.
E questa comprensione non arriva attraverso lunghe spiegazioni psicologiche o flashback drammatici all'infanzia. Arriva attraverso le piccole cose, i gesti quotidiani, le reazioni automatiche che rivelano più di mille parole.
Tornano tutte, tranne quella giusta è per chi cerca protagoniste ironiche e imperfette che somigliano più alle persone reali che agli ideali romantici. È per chi vuole storie LGBTQ+ senza garanzie, dove essere queer non è il problema centrale ma semplicemente una parte di chi sono i personaggi.
È per chi sa che le amicizie contano più dei colpi di fulmine, che sono gli amici a raccoglierti quando l'ennesima storia va male, che sono loro a dirti la verità che l'innamoramento offusca. È per chi apprezza le narrative che non promettono un lieto fine facile, che lasciano domande aperte, che non sistemano tutto con un bacio finale.
È un romanzo per chi ha ripetuto lo stesso errore abbastanza volte da riconoscere il pattern, per chi si è chiesta perché continua ad attrarre o a essere attratta dalle persone sbagliate, per chi sta facendo quel lavoro difficile e doloroso di cambiare direzione.
Non è una storia consolatoria. Non ti dirà che va tutto bene, che l'amore risolve tutto, che basta volerlo abbastanza per trovare la persona giusta. Ti dirà invece che a volte il problema siamo noi, che cambiare fa paura, che crescere significa lasciare andare cose che pensavamo essenziali.
Ma ti dirà anche che non sei sola in questo casino, che gli amici veri restano, che c'è una differenza tra essere sola e sentirsi sola. E che forse, solo forse, dopo aver capito perché continuiamo a scegliere male, possiamo cominciare a scegliere diversamente.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è come rappresenta la vita queer a Roma senza farne un tema centrale ma nemmeno ignorandolo. Non è una storia di coming out o di lotta contro l'omofobia. È una storia dove i personaggi sono semplicemente queer, vivono le loro vite, frequentano i loro posti, hanno le loro comunità.
La Roma che emerge è quella contemporanea, dove esistono spazi queer ma dove la queerness non è confinata a quartieri specifici o locali designati. È la città dove puoi essere te stessa al lavoro, dove gli amici eterosessuali e quelli queer si mescolano naturalmente, dove la famiglia scelta è importante quanto quella biologica, spesso di più.
Questa normalizzazione della vita queer, senza nascondere le difficoltà ma senza nemmeno farne il fulcro drammatico, è rinfrescante. Permette alla storia di concentrarsi su quello che conta davvero: le relazioni umane nella loro complessità, indipendentemente dall'orientamento sessuale.
Tornano tutte, tranne quella giusta è il tipo di storia che mancava nel panorama della narrativa queer italiana. Non perché non ci siano buone storie LGBTQ+, anzi, ma perché questa affronta con onestà brutale un aspetto che spesso viene glissato: i nostri pattern autodistruttivi nelle relazioni.
È facile scrivere storie dove il problema sono gli altri, la società, le circostanze esterne. È molto più difficile scrivere storie dove dobbiamo guardare noi stessi, i nostri meccanismi, le nostre scelte. Dove la protagonista non è la vittima innocente ma una partecipante attiva dei propri disastri.
Questa onestà rende il romanzo prezioso. Perché nel riconoscerci in Giulia, nelle sue scelte sbagliate, nella sua fatica a cambiare, possiamo forse cominciare a guardare i nostri pattern con occhi diversi. E forse, solo forse, scegliere diversamente la prossima volta.
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"Perché continuiamo a scegliere chi ci fa stare male? Una storia queer romana che non promette lieti fine facili."