L’Ascoltatrice – Quando il passato torna attraverso le frequenze: una storia horror per Halloween

Ci sono storie che nascono da un’immagine, da un ricordo, da una paura che ci portiamo dentro da tempo. “L’Ascoltatrice” è nata da tutte queste cose insieme, da una domanda che continua a risuonare nella mia mente ogni volta che penso alle relazioni che finiscono male, alle parole non dette, alle persone che abbiamo lasciato andare per paura di essere noi stessi. Mi sono chiesta cosa succederebbe se il passato trovasse un modo per tornare, se le voci che abbiamo cercato di silenziare trovassero un canale attraverso cui comunicare di nuovo, se la tecnologia che usiamo ogni giorno per raccontarci e ascoltarci diventasse il mezzo attraverso cui i nostri fantasmi personali potrebbero riemergere.

Questo progetto speciale per Halloween rappresenta qualcosa di diverso rispetto ai contenuti che pubblico di solito sul canale. Ho voluto creare un’esperienza audio immersiva che unisse l’horror psicologico alla riflessione sulle relazioni queer, sul senso di colpa, sulla difficoltà di vivere autenticamente in contesti ostili. La storia segue Sara, una donna che riceve un podcast privato che racconta la sua vita nei dettagli più intimi, episodio dopo episodio, fino a rivelarle una verità dolorosa sul suo passato e sulla persona che ha lasciato indietro. Il podcast è narrato dalla voce di Lena, la sua ex compagna morta tre anni prima in un incendio che ha distrutto lo studio underground dove entrambe avevano costruito uno spazio sicuro per la comunità LGBTQ+ locale.

➡️ https://www.youtube.com/watch?v=rT1-lIl2JI4

La narrazione si sviluppa attraverso sette episodi che Sara riceve sul suo smartphone, ognuno dei quali scava sempre più in profondità nella loro storia comune, nei momenti di felicità che hanno condiviso e nelle scelte dolorose che hanno portato alla separazione. Lena racconta con precisione inquietante dettagli che dovrebbero essere conosciuti solo da loro due, momenti privati che Sara credeva sepolti per sempre nella memoria. Il primo episodio parla della notte in cui Sara si addormentò sul divano dello studio dopo una registrazione, quando Lena la coprì con la sua giacca rossa e capì di non voler più registrare senza di lei. Il secondo episodio riporta alla superficie il giorno in cui la madre di Sara chiese se loro due fossero “solo amiche” e Sara, seduta accanto a Lena, rispose di sì, sentendo qualcosa spegnersi dentro mentre pronunciava quella parola che minimizzava tutto quello che stavano vivendo.

Gli episodi successivi diventano progressivamente più dolorosi, più personali, più difficili da ascoltare. Lena racconta di quando Sara le disse che doveva andarsene perché lo studio era diventato troppo visibile, troppo rischioso, troppo vero, e che aveva bisogno di una vita normale. Racconta delle settantatre registrazioni che ha fatto dopo la partenza di Sara, settantatre episodi in cui parlava da sola sperando che Sara tornasse. Racconta dell’incendio e di come avrebbe potuto scappare ma scelse di non farlo. Nel quinto episodio, la voce cambia tono e diventa un invito diretto a tornare allo studio, a registrare un episodio finale dal vivo, a confrontarsi con quello che è rimasto sospeso tra loro.

Sara si trova davanti a una scelta che molte persone nella comunità queer conoscono bene: ignorare il dolore e continuare a vivere come se nulla fosse, oppure tornare indietro e affrontare le conseguenze delle proprie decisioni. Decide di tornare allo studio abbandonato, trovandolo inspiegabilmente intatto dopo tre anni, con le luci che funzionano ancora e l’equipaggiamento lasciato esattamente come lo ricordava. Sul microfono c’è un post-it con la richiesta di registrare e spiegare perché se n’è andata. Quando Sara preme il tasto record e inizia a parlare, le luci dello studio cominciano a spegnersi una alla volta, e la voce di Lena risponde in tempo reale, creando un dialogo impossibile tra viva e morta, tra presente e passato, tra colpa e perdono.

Il confronto tra Sara e Lena nello studio rappresenta il cuore emotivo della storia, il momento in cui tutte le verità vengono finalmente dette ad alta voce. Lena rivela che il podcast è un meccanismo ciclico, un loop in cui ogni donna che torna allo studio registra la sua versione della storia e poi prende il posto della voce precedente, diventando lei stessa il fantasma che chiamerà la prossima persona intrappolata nel proprio senso di colpa. Sara può scegliere di cancellare tutto e liberare Lena, ma perdendo per sempre la propria voce, oppure può registrare l’episodio finale e diventare lei stessa la nuova presenza che attende nel loop, chiamando un’altra persona che ha fatto scelte simili, che ha lasciato andare qualcuno per paura o per conformarsi.

La dimensione queer della storia non è decorativa o aggiunta per rappresentazione, ma rappresenta la struttura portante dell’intera narrazione. Il tema del dover scegliere tra l’amore autentico e la sicurezza sociale è centrale nell’esperienza di molte persone LGBTQ+, specialmente in contesti dove l’accettazione è ancora limitata o dove il coming out comporta rischi reali per le relazioni familiari, il lavoro, la vita quotidiana. Sara ha scelto la normalità invece di Lena, ha scelto di rispondere “solo amiche” invece di rivendicare la loro relazione, ha scelto di andarsene perché lo studio era diventato troppo visibile e lei voleva sparire di nuovo nell’anonimato. Queste scelte riflettono dinamiche che molte persone queer conoscono intimamente, il prezzo che si paga per la sopravvivenza in ambienti ostili, il senso di colpa che accompagna la decisione di proteggere se stessi a scapito delle persone che amiamo.

Lo studio “La Frequenza” rappresenta quello spazio fisico e simbolico che molte comunità LGBTQ+ creano per esistere liberamente, lontano dagli sguardi giudicanti, lontano dalle aspettative eteronormative, lontano dalla necessità di fingere o nascondersi. La distruzione dello studio nell’incendio, mai completamente chiarita, porta con sé l’eco di tutti gli spazi queer che sono stati attaccati, bruciati, chiusi nel corso della storia. Il fatto che Lena abbia scelto di non scappare durante l’incendio riflette una tragedia più grande, quella delle persone che perdono la speranza quando perdono i loro spazi sicuri e le persone che li rendevano sopportabili.

Dal punto di vista tecnico, creare questa storia ha richiesto un lavoro complesso su più livelli. La registrazione audio è stata divisa in diverse sessioni per catturare le sfumature vocali necessarie. La voce narrante di Sara doveva suonare calma e distaccata quando racconta gli eventi dall’esterno, ma diventare progressivamente più fragile e spaventata quando si trova nello studio. La voce di Lena attraverso il podcast richiede un trattamento audio particolare per suonare come se provenisse da una registrazione digitale ma con qualcosa di inquietante nella sua qualità, come se la tecnologia stesse trasmettendo qualcosa che non dovrebbe essere possibile trasmettere. Ho applicato filtri che richiamano l’estetica delle registrazioni podcast compresse, con un leggero effetto di bitcrushing e riverbero che suggerisce la provenienza da un luogo indefinito.

La parte più complessa è stata la scena del dialogo dal vivo nello studio, dove la voce di Lena risponde in tempo reale alle parole di Sara. Ho utilizzato un riverbero cathedral ampio per dare alla voce di Lena una presenza fisica nello spazio pur mantenendola chiaramente separata dalla voce di Sara, che invece ha un suono più diretto e vicino. L’effetto finale doveva creare l’impressione che Lena fosse contemporaneamente presente e assente, una voce che riempie lo studio ma che proviene da nessun corpo fisico. L’aggiunta di sottili interferenze organiche, respiri distorti e suoni che suggeriscono movimento senza mostrarlo direttamente contribuisce a costruire la tensione senza ricorrere a jump scare o effetti horror evidenti.

Il sound design ambientale gioca un ruolo fondamentale nel creare l’atmosfera della storia. Lo studio abbandonato ha una sua sonorità specifica fatta di silenzi pesanti, dello hum elettrico delle apparecchiature ancora collegate, del fruscio quasi impercettibile dell’aria che si muove attraverso stanze che nessuno abita più. Ho registrato suoni reali di equipaggiamento audio per catturare l’autenticità dei click del mixer, del feedback microfonico controllato, del nastro digitale che gira virtualmente quando gli episodi del podcast si avviano. Questi dettagli contribuiscono a radicare la storia in una realtà tangibile prima che gli elementi soprannaturali comincino a emergere.

La struttura narrativa in sette episodi riflette sia il formato podcast che Sara riceve, sia una progressione simbolica attraverso le fasi del lutto e del senso di colpa. Ogni episodio scava più in profondità, rivela un altro strato della loro storia, porta Sara sempre più vicina al confronto finale. Il numero sette ha anche un significato particolare in molte tradizioni legate all’horror e al soprannaturale, rappresentando un ciclo completo, una trasformazione, un passaggio da uno stato all’altro. Ho fatto una scelta narrativa deliberata nel saltare l’episodio sei, quello del dialogo dal vivo nello studio tra Sara e Lena, lasciandolo fuori dalla serie podcast che Sara riceve. Questo episodio esiste come momento di transizione puro, come confronto che avviene al di fuori della struttura del podcast stesso, un evento che appartiene esclusivamente a Sara e Lena senza essere documentato o trasmesso. L’episodio sei rimane un vuoto intenzionale, uno spazio dove accade qualcosa di troppo personale e definitivo per essere catturato in un formato ascoltabile. Quando Sara registra quello che diventa il settimo episodio della serie originale, sta in realtà creando il primo episodio di una nuova serie, quella destinata a Chiara, della quale il pubblico non conosce i dettagli e non conoscerà mai la storia completa. Questa ellissi narrativa sottolinea come il loop funzioni attraverso la ripetizione ma anche attraverso la trasformazione, dove ogni iterazione mantiene la stessa struttura ma cambia i contenuti specifici, dove ogni nuova vittima porta con sé una storia diversa che verrà raccontata alla prossima persona intrappolata nel ciclo. La voce di Sara diventa quella che chiamerà Chiara, il cerchio si chiude e ricomincia simultaneamente, ma quello che Chiara ascolterà nei suoi sette episodi sarà diverso da quello che Sara ha ascoltato, perché ogni loop è personalizzato sulla colpa specifica di chi viene chiamato, sulla relazione particolare che ha tradito o abbandonato, sulle scelte che continua a portare con sé come un peso.

Il finale della storia lascia volutamente aperte alcune domande. Il loop è reale o rappresenta una manifestazione del senso di colpa di Sara che la intrappola in un ciclo psicologico dal quale non può liberarsi? La voce di Lena proviene davvero da qualche dimensione oltre la morte o è la proiezione di tutto quello che Sara non ha mai detto e che ora torna a perseguitarla? Il podcast che riceverà la prossima persona sarà identico o ogni iterazione del loop aggiunge nuovi strati di dolore e nuove storie? Queste ambiguità sono intenzionali perché riflettono l’esperienza del trauma e della colpa, che raramente hanno risoluzioni nette e che spesso ci costringono a rivivere gli stessi momenti ancora e ancora finché non troviamo un modo per elaborarli.

Dal punto di vista visivo, ho scelto di accompagnare l’audio con immagini generate che riflettessero l’estetica contemporanea dello studio e la realtà della timeline della storia. Lo studio è stato chiuso nel 2022 e la storia si svolge nel 2025, quindi tutto l’equipaggiamento doveva essere moderno e realistico piuttosto che vintage. Ho optato per un’estetica documentaristica che privilegia la naturalezza rispetto agli effetti horror evidenti, con illuminazione che proviene da fonti credibili come le luci LED dello studio, gli schermi dei dispositivi elettronici, le finestre che lasciano filtrare una luce urbana diffusa. Le immagini mostrano lo studio come uno spazio reale che potrebbe esistere in qualsiasi città, uno di quegli spazi underground che si trovano nei seminterrati o negli ex magazzini convertiti, dove le comunità indipendenti si riuniscono per creare.

La scelta di ambientare la storia in un contesto contemporaneo anziché in un passato vago o in un futuro distopico è deliberata. Volevo che il pubblico riconoscesse immediatamente lo spazio, la tecnologia, le dinamiche sociali come qualcosa di familiare e attuale. L’horror funziona meglio quando si innesta su una realtà che conosciamo, quando prende elementi del nostro quotidiano e li distorce appena abbastanza da renderli inquietanti senza perdere la loro riconoscibilità. Tutti noi ascoltiamo podcast, tutti abbiamo ricevuto notifiche misteriose sul telefono, tutti abbiamo luoghi del passato che potremmo essere tentati di rivisitare ma che ci fanno paura. Partendo da questa familiarità, la storia introduce gradualmente elementi che violano le regole della realtà che conosciamo, creando un senso di disagio che cresce progressivamente.

Il processo di scrittura di questa storia è stato anche un’esplorazione personale delle tematiche che mi interessano nel rapporto tra tecnologia e identità queer. Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci permette di connetterci con altre persone LGBTQ+ attraverso enormi distanze, di trovare comunità online quando quelle fisiche non sono accessibili, di documentare e condividere le nostre esperienze attraverso piattaforme digitali. Ma questa stessa tecnologia può anche diventare un archivio di tutto quello che abbiamo cercato di lasciare indietro, un deposito di versioni passate di noi stessi che potrebbero tornare a perseguitarci. I social media conservano foto e post di relazioni finite, le app di messaggistica mantengono conversazioni che vorremmo dimenticare, i cloud storage contengono file di periodi della nostra vita che abbiamo superato. La tecnologia promette di preservare i nostri ricordi ma non ci chiede mai se vogliamo davvero che tutto venga preservato per sempre.

“L’Ascoltatrice” esplora questo aspetto attraverso il medium del podcast, una forma di narrazione che si basa interamente sulla voce e sull’ascolto, sulla relazione intima tra chi parla e chi ascolta. I podcast hanno una qualità particolare che li rende perfetti per storie horror psicologico: li ascoltiamo spesso da soli, con le cuffie, in momenti di solitudine in cui siamo particolarmente vulnerabili alle suggestioni. La voce entra direttamente nelle nostre orecchie, creando un’intimità che altri media faticano a replicare. Quando quella voce comincia a raccontare cose che non dovrebbe sapere, quando inizia a parlare direttamente a noi invece di a un pubblico generico, l’effetto diventa profondamente disturbante perché viola lo spazio privato che abbiamo costruito intorno al nostro ascolto.

La dimensione dell’ascolto è centrale anche nella relazione tra Sara e Lena. Lena le chiede di ascoltare, di sentire quello che ha da dire, di non scappare di nuovo. Sara deve scegliere se continuare a ignorare la voce del passato o se finalmente ascoltarla davvero e affrontare le conseguenze. L’atto di registrare la propria versione della storia diventa un atto di testimonianza, di presa di responsabilità, di ammissione della propria colpa. Ma è anche un atto che intrappola, perché una volta che hai messo la tua voce nel loop, diventi parte del meccanismo che perpetua il dolore. Questa ambiguità riflette la complessità del trauma e della colpa nella vita reale, dove raramente esiste una soluzione semplice che risolve tutto senza conseguenze.

Spero che questa storia risuoni con chi l’ascolterà non solo come un’esperienza horror per Halloween, ma anche come una riflessione sulle scelte difficili che facciamo nelle nostre relazioni, sul peso del senso di colpa quando scegliamo la sicurezza invece dell’autenticità, sul modo in cui il passato continua a chiamarci anche quando pensiamo di averlo superato. Volevo creare qualcosa che fosse spaventoso ma anche emotivamente risonante, che usasse gli strumenti dell’horror per esplorare tematiche che mi stanno profondamente a cuore come persona queer e come creatrice di contenuti.

Il video che accompagna la storia è ora disponibile sul canale, programmato per essere rilasciato proprio in occasione di Halloween. Vi invito ad ascoltarlo con le cuffie, in un momento in cui potete concentrarvi completamente sulla narrazione, magari al buio, magari da soli. Lasciate che la voce di Sara vi guidi attraverso gli episodi del podcast che riceve, lasciate che la presenza di Lena vi circondi quando la storia arriva nello studio abbandonato. E poi, se volete, tornate qui nei commenti a condividere le vostre impressioni, a raccontarmi cosa vi ha colpito, cosa vi ha fatto paura, cosa vi ha fatto pensare a situazioni della vostra vita. Sono curiosa di sapere come la storia risuonerà con ognuno di voi, quali interpretazioni emergeranno, quali domande resteranno aperte nelle vostre menti dopo l’ascolto.

Creare “L’Ascoltatrice” è stato un progetto che mi ha richiesto di uscire dalla mia zona di comfort abituale, di sperimentare con formati nuovi, di affrontare tematiche personali attraverso il filtro della finzione horror. Ma credo che sia importante, come creator, spingersi oltre quello che è familiare e provare cose nuove, specialmente quando quelle cose ci permettono di esplorare aspetti della nostra identità e delle nostre esperienze che altrimenti rimarrebbero non detti. L’horror è sempre stato un genere che permette di parlare di paure reali attraverso metafore soprannaturali, di affrontare traumi sociali attraverso mostri e fantasmi, di dare forma tangibile ad ansie che altrimenti resterebbero vaghe e indefinite.

Spero che questo progetto speciale vi piaccia e che lo troviate interessante sia come esperienza horror sia come riflessione sulle tematiche queer che attraversano la narrazione. Se la storia vi colpisce, condividetela con persone che pensate potrebbero apprezzarla, parlatene nei vostri spazi online, fatemi sapere cosa ne pensate. Ogni ascolto, ogni commento, ogni condivisione mi aiuta a capire se questo tipo di contenuto risuona con voi e se vale la pena esplorare ulteriormente questo formato in futuro. E ricordate, quando ricevete una notifica per un podcast che non avete mai sottoscritto, forse è meglio pensarci due volte prima di premere play.

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Allison Lister