Libri disposti in fila visti dall'alto, con sovrimpressione grafica prugna e oro e il titolo dell'articolo sul punto di vista narrativo

Chi vede e chi parla: scegliere il punto di vista narrativo

Prima ancora di decidere che cosa accade in una storia, chi scrive è chiamato a stabilire da quale posizione quella storia verrà osservata e riferita, e questa scelta, che precede la trama e la accompagna riga dopo riga, determina che cosa il lettore potrà sapere, in quale ordine lo verrà a sapere e attraverso quale filtro emotivo ogni informazione gli arriverà. Il punto di vista non è un dettaglio tecnico da sistemare in un secondo momento, perché ogni frase di un romanzo porta impressa la traccia di chi la sta pronunciando o di chi la sta guardando, e una scelta incoerente, in cui la voce narrante scivola senza ragione da una coscienza all’altra, si avverte anche quando il lettore non sa dargli un nome, come una stonatura che allontana dalla pagina.

La narratologia, e in particolare l’analisi che Gérard Genette ha proposto in Figure III, distingue con precisione la domanda su chi parla dalla domanda su chi vede, e chiama focalizzazione proprio la regolazione dell’informazione narrativa, cioè la quantità di ciò che il narratore sceglie di mostrare rispetto a ciò che i personaggi conoscono. Tenere separate le due questioni aiuta a lavorare con lucidità, perché una stessa voce può raccontare adottando prospettive diverse, e riconoscere quale sguardo governa una scena permette di correggere le incongruenze prima che diventino un problema strutturale del manoscritto.

La prima persona: intimità e limite

Quando a raccontare è un io interno alla vicenda, il lettore riceve gli eventi già interpretati da una coscienza che ha un carattere, una lingua, dei pregiudizi e delle lacune, e questa mediazione costante costruisce una vicinanza immediata con chi narra, perché ogni descrizione porta il colore del suo umore e ogni giudizio rivela qualcosa della sua indole prima ancora di dire qualcosa sul mondo. Il vantaggio dell’intimità si paga però con una restrizione severa, dato che la voce non può riferire nulla che il personaggio non abbia visto, ascoltato o dedotto, e chi scrive deve trovare soluzioni credibili per portare in scena informazioni lontane dal narratore, affidandole a una lettera, a un dialogo riportato o a un’ipotesi che il personaggio formula per conto suo.

La prima persona apre inoltre la possibilità del narratore inaffidabile, cioè di una voce che mente, si illude o omette, e che proprio per questo costringe il lettore a leggere tra le righe per ricostruire i fatti che il racconto deforma. L’inaffidabilità nasce sempre dalla distanza tra ciò che il narratore afferma e ciò che il testo, attraverso indizi disseminati con cura, lascia intendere, e per questo la prima persona resta la sede privilegiata di quel gioco fra dichiarazione e smentita che tiene desta l’attenzione di chi legge.

La terza persona limitata: lo sguardo agganciato a un personaggio

Nella terza persona limitata, che corrisponde a ciò che Genette chiama focalizzazione interna, il narratore aderisce alla prospettiva di un singolo personaggio e vincola la propria visuale a ciò che quel personaggio percepisce e pensa, senza accedere alla mente degli altri e senza commentare dall’alto. Questa soluzione conserva gran parte dell’immedesimazione tipica della prima persona, perché il lettore resta ancorato a una sola coscienza, ma guadagna una libertà stilistica maggiore, dato che la terza persona consente di descrivere il personaggio dall’esterno e di modulare la distanza fra la voce narrante e il pensiero riportato, avvicinandosi al discorso indiretto libero quando serve intimità e allontanandosene quando serve una registrazione più fredda degli eventi.

Per il thriller, per il noir e per l’horror la terza persona limitata offre un controllo preciso dell’informazione, perché tenere il lettore dentro la testa di chi non sa che cosa lo attende dietro la porta permette di dosare ciò che viene rivelato e ciò che resta nascosto, costruendo l’attesa proprio sul divario fra la conoscenza del personaggio e i sospetti di chi legge, secondo quella gestione dell’informazione narrativa di cui ho parlato affrontando la costruzione della suspense. La regola pratica che rende questa scelta solida è la costanza: chi decide di restare in una testa lo fa almeno per l’intera scena, e cambia prospettiva soltanto in corrispondenza di uno stacco netto, un cambio di capitolo o una riga bianca, così che il passaggio da una coscienza all’altra risulti governato e non casuale.

Il narratore onnisciente: la voce che sa tutto

La focalizzazione zero, che nella tradizione corrisponde al narratore onnisciente, colloca la voce in una posizione sovraordinata rispetto ai personaggi, con la facoltà di conoscere i pensieri di ciascuno, di anticipare gli eventi futuri, di ricostruire il passato e di commentare la vicenda con un giudizio proprio. I Promessi Sposi di Manzoni restano l’esempio più studiato di questo assetto nella nostra tradizione, perché la voce che racconta la storia di Renzo e Lucia interviene di continuo con osservazioni morali, si sposta liberamente da un personaggio all’altro e conosce lo svolgimento degli eventi molto prima che questi si compiano.

L’onniscienza si presta ai romanzi corali, alle saghe familiari e alle grandi costruzioni storiche, perché permette di reggere molte linee narrative insieme e di orientare il lettore in un intreccio ampio, ma richiede una mano ferma, dato che la libertà di entrare in ogni coscienza rende facile disperdere l’attenzione e diluire la tensione emotiva, e il rischio di scivolare senza controllo da una mente all’altra, quel difetto che l’editing anglosassone chiama head-hopping, si presenta proprio quando l’autore confonde l’onniscienza legittima con l’assenza di regole.

La focalizzazione esterna e la seconda persona

Esiste poi una prospettiva che si tiene deliberatamente fuori dalle coscienze e registra soltanto ciò che sarebbe visibile a un osservatore esterno, cioè gesti, parole e ambienti, senza mai dichiarare che cosa i personaggi provano o pensano. Questa focalizzazione esterna, vicina al modo di procedere di una macchina da presa, consegna al lettore il compito di dedurre gli stati d’animo dai comportamenti, e trova un impiego efficace nelle scene in cui l’opacità dei personaggi è essa stessa il punto, perché la reticenza sul loro interno costruisce un’inquietudine che una spiegazione psicologica dissolverebbe.

Più rara, e per questo capace di segnare una lettura, è la seconda persona, in cui il narratore si rivolge a un tu che coincide con il protagonista e, per estensione, chiama in causa chi legge. Italo Calvino ne ha fatto la struttura portante di Se una notte d’inverno un viaggiatore, il cui incipit celebre, “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo”, installa il lettore stesso al centro del libro e trasforma l’atto della lettura nel soggetto del racconto. La seconda persona difficilmente regge un romanzo intero senza diventare artificiosa, ma su brani circoscritti produce un effetto di implicazione diretta che nessun altro impianto raggiunge con la stessa immediatezza.

I punti di vista multipli

Molta narrativa contemporanea, dal romanzo di genere alla letteratura cosiddetta alta, adotta la focalizzazione multipla, alternando capitoli o sezioni ciascuno agganciato a un personaggio diverso, così da comporre un quadro a più voci in cui ogni prospettiva illumina una porzione della vicenda e nasconde il resto. La struttura a più voci consente di mostrare lo stesso evento da angolazioni inconciliabili, di creare ironia drammatica quando il lettore sa più di ciascun personaggio, e di dare peso narrativo a figure che una singola prospettiva avrebbe relegato ai margini, a patto che ogni voce mantenga una lingua riconoscibile e che l’alternanza risponda a un disegno e non a una comodità di scrittura.

La condizione perché l’impianto multiplo funzioni è la disciplina, perché il lettore deve sempre sapere in quale testa si trova, e i punti di stacco vanno segnalati con chiarezza, dalla titolazione dei capitoli al ritmo con cui le prospettive si susseguono. Un romanzo che cambia voce a ogni pagina senza una logica riconoscibile disorienta invece di arricchire, e la differenza fra una polifonia governata e una confusione di piani sta tutta nella coerenza con cui l’autore rispetta, per ciascuna sezione, i limiti di ciò che quella coscienza può davvero sapere.

Come scegliere

La scelta del punto di vista si compie interrogando la storia, non le proprie abitudini, e conviene partire da tre domande concrete: quanta distanza serve fra il lettore e il protagonista, quali informazioni devono restare nascoste perché la vicenda funzioni, e da quale coscienza il conflitto centrale si vede meglio. Una storia costruita sul segreto di un personaggio raramente sopporta l’onniscienza, che rivelerebbe troppo presto ciò che dovrebbe emergere per gradi; una vicenda corale, in cui nessuna prospettiva è più vera delle altre, chiede invece la pluralità delle voci o lo sguardo onnisciente; e un racconto che vive dell’immedesimazione con una sola figura trova nella prima persona o nella terza limitata la sua sede naturale.

Vale la pena provare le prime pagine in due prospettive diverse prima di decidere, perché la stessa scena scritta in prima persona e poi in terza limitata rivela subito quale delle due tiene meglio la tensione e la voce, e questo esperimento, che costa poche ore, evita di accorgersi a metà manoscritto che la storia chiedeva un altro narratore. Chi scrive narrativa di genere trova nella coerenza del punto di vista uno degli strumenti più affidabili per governare l’attesa del lettore, e tornare su queste categorie non è un esercizio scolastico, perché ogni revisione seria di un romanzo passa, prima o poi, dalla verifica di chi vede e di chi parla in ogni singola scena.

Questo articolo fa parte della rubrica Craft & Tecnica narrativa. Se ti interessa il lavoro sulla voce e sulla costruzione della scena, puoi leggere anche gli approfondimenti dedicati al sottotesto nei dialoghi e al ritmo del racconto.

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Allison Lister