
Pordenonelegge 2026: un’edizione record, aperta da Rushdie e chiusa da Mattarella
Un festival che, nel giro di cinque giorni, riesce a portare in una città di poco più di cinquantamila abitanti oltre centosessantamila presenze dice qualcosa che va oltre la cronaca dell’evento: dice che la lettura, quando trova la forma giusta per farsi incontro pubblico, continua a muovere persone. La ventisettesima edizione di Pordenonelegge si è chiusa domenica 20 settembre e lo ha fatto da un lato con un bilancio da record e dall’altro con una cornice istituzionale rara per una manifestazione letteraria, l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella seguito dal concerto del trio Il Volo.
Vale la pena ripercorrere questa edizione non per elencare i numeri, che pure impressionano, ma per capire quale idea di festival del libro emerga da una settimana così densa, e perché a un’autrice indipendente come me interessi guardare a un appuntamento di questa scala.
I numeri di un’edizione record
Dal 16 al 20 settembre Pordenone ha ospitato 447 incontri, 694 protagonisti tra italiani e stranieri e 60 anteprime editoriali, distribuiti in cinquantadue luoghi della città, con ingresso libero fino a esaurimento posti. Le oltre centosessantamila presenze segnano una crescita rispetto all’anno precedente e confermano una traiettoria che il festival porta avanti da diverse edizioni. La macchina organizzativa, va detto, non si ferma qui: dal 20 al 22 ottobre è prevista una coda del festival a Praga, mentre sullo sfondo si profila il 2027, anno in cui Pordenone sarà Capitale Italiana della Cultura.
Rushdie in apertura, Mattarella in chiusura
L’inaugurazione, mercoledì 16 settembre al Teatro Verdi, è stata affidata a Salman Rushdie, e la scelta non è casuale: affidare la prima serata allo scrittore che più di ogni altro, nella nostra epoca, ha pagato di persona il diritto di pubblicare ciò che aveva scritto significa mettere al centro del festival la questione della libertà di espressione, tema che ha attraversato l’intera settimana. In chiusura, domenica, la presenza del Capo dello Stato ha dato al festival un riconoscimento istituzionale che poche rassegne letterarie italiane ottengono, e ha suggellato un’edizione costruita attorno a un’idea di cultura come spazio civile prima ancora che come intrattenimento.
Le voci internazionali e il peso della testimonianza
Il programma ha alternato la grande narrativa internazionale a una linea di forte impegno civile. Tra gli ospiti stranieri sono passati per Pordenone Michel Houellebecq, il filosofo Peter Sloterdijk, la scrittrice Leïla Slimani, l’americano Andrew Sean Greer, premio Pulitzer, lo storico dell’arte Thomas Schlesser e il giovane Nelio Biedermann. Accanto a loro, il festival ha dato spazio a due presenze che spostano il discorso dalla letteratura alla cronaca della libertà negata: Vera Politkovskaja, arrivata a vent’anni esatti dall’omicidio della madre, la giornalista russa Anna Politkovskaja, e Julija Navalnaja, vedova dell’oppositore russo Aleksej Navalnyj. Tenere insieme, nello stesso cartellone, un romanziere come Rushdie e le testimoni di due storie di dissenso pagate a caro prezzo è una scelta editoriale che dice molto sull’orizzonte in cui il festival vuole collocarsi.
Il premio «La storia in un romanzo» a Eshkol Nevo
Nel corso della manifestazione è stato assegnato anche il Premio Crédit Agricole «La storia in un romanzo», giunto alla diciannovesima edizione, andato quest’anno allo scrittore israeliano Eshkol Nevo, autore molto letto e tradotto in Italia. Un riconoscimento che premia la capacità del romanzo di raccontare la Storia con la esse maiuscola attraverso le storie individuali, e che si inserisce con coerenza in un’edizione così attenta al rapporto tra scrittura e realtà.
Cosa insegna un festival così a chi scrive e a chi legge
Guardando Pordenonelegge dalla scrivania di chi i libri li scrive e li pubblica in proprio, la lezione che ne traggo riguarda la domanda di lettura. Centosessantamila presenze non nascono dal nulla: nascono da un lavoro di programmazione lungo un anno, dalla scelta di tenere l’ingresso libero, dalla decisione di mescolare i grandi nomi con gli esordienti e la narrativa con il saggio, la poesia, il fumetto e gli incontri per ragazzi. È lo stesso principio che avevo osservato raccontando il trentennale del Festivaletteratura di Mantova all’inizio di settembre: i festival che funzionano non chiedono al pubblico di essere già lettore, ma costruiscono le condizioni perché lo diventi.
Per chi come me pubblica narrativa di genere lontano dai circuiti maggiori, un festival di questa portata è insieme un termine di paragone e un promemoria. Ricorda che il lettore esiste, che è disposto a spostarsi e a fare la fila per ascoltare uno scrittore, e che il compito di chi produce libri, dai grandi gruppi all’autrice indipendente, è offrire storie che meritino quella disponibilità. Nelle prossime settimane tornerò sull’attualità editoriale con altri appuntamenti della stagione; nel frattempo, se cercate cosa leggere adesso, trovate una selezione ragionata nelle mie nuove storie di ottobre.
