
C’è sempre un momento, dentro ogni libro, in cui il lettore si accorge che la trama sta prendendo una direzione precisa, e spesso quel momento arriva molto prima di quanto si voglia ammettere, perché è nascosto in una sfumatura, in un gesto ripetuto, in un dialogo che non lascia grandi margini di interpretazione, e mentre leggevo Fra fusa e inchiostro mi sono resa conto che quella direzione si era già manifestata da tempo, forse da una decina di pagine, quando ancora stavo osservando il modo in cui le due protagoniste cercavano un ritmo comune dopo l’esperienza condivisa di un tradimento, e mentre procedeva la storia sentivo che l’impianto generale faceva affidamento su un’idea precisa, cioè costruire una relazione affettuosa, lineare, priva di ostacoli significativi, come se la vita potesse realmente sistemarsi con la stessa facilità con cui si sfogliano le pagine di un romance che si affida alla tenerezza come motore principale.
La premessa possiede un suo valore narrativo, perché lavorare sulla possibilità che due donne, ferite dalla stessa persona, trovino un equilibrio nuovo proprio l’una attraverso l’altra non è un punto di partenza banale, e avrebbe potuto offrire diverse occasioni per esplorare il modo in cui il dolore rielabora le relazioni successive, soprattutto quando ci si ritrova a costruire un legame dopo un evento che, per sua natura, dovrebbe portare a un confronto, a un’elaborazione progressiva, a un chiarimento che dia senso alla trasformazione emotiva. Invece, mentre avanzavo nella lettura, avvertivo che il passato rimaneva sullo sfondo, non tanto come scelta consapevole di sottrarre dramma al racconto, quanto come assenza di approfondimento, una sorta di sottrazione continua che lasciava le protagoniste leggere, quasi incorporee, come se camminassero sopra i contorni del proprio vissuto senza mai entrarci davvero.
La relazione tra Lucia e Valentina, pur muovendosi in un territorio potenzialmente fertile, appare definita soprattutto attraverso dichiarazioni affettuose ripetute con frequenza, un ritmo emotivo che non nasce da un crescendo naturale ma da una costanza che resta uguale a se stessa dall’inizio alla fine, e questo genera una sensazione di uniformità che impedisce al lettore di percepire i cambiamenti interiori, le esitazioni, le complessità che rendono credibile un rapporto sentimentale. Ogni pagina conferma ciò che si è capito sin da subito, e questa conferma continua abbassa la possibilità di sorpresa, attenua la profondità dell’interazione e rende il sentimento meno sfaccettato di quanto il contesto permetterebbe.
Procedendo nella lettura, osservavo come la storia avanzasse con una facilità che a tratti sembrava sfiorare l’irrealtà, perché le decisioni vengono prese senza esitazioni, i conflitti non trovano terreno, gli imprevisti vengono risolti con una rapidità che non lascia il tempo di cogliere l’impatto psicologico delle scelte, e mentre la narrazione continua a muoversi con questo passo leggero, emerge una sorta di distanza tra ciò che il romanzo racconta e ciò che avrebbe potuto raccontare se avesse scelto di soffermarsi anche solo un momento di più sulle conseguenze. Questo vale soprattutto per l’aspetto professionale che lega le due protagoniste, perché l’idea di aprire una clinica veterinaria insieme potrebbe costituire un asse narrativo importante, uno spazio per approfondire il carattere, la visione personale, le differenze nel modo di affrontare le responsabilità, e invece rimane un evento raccontato con la stessa calma con cui si descriverebbe una passeggiata, senza frizioni, senza domande, senza quell’incertezza che accompagna ogni progetto reale.
E mentre la storia procede, la costruzione linguistica comincia a mostrare con sempre maggiore evidenza le difficoltà della traduzione italiana, un aspetto che incide profondamente sulla lettura, perché i cambiamenti di genere grammaticale all’interno dello stesso paragrafo, le frasi rigide che sembrano l’esito di una resa letterale piuttosto che adattata, e i continui oscillamenti tra passato e presente creano un effetto di instabilità che interrompe la fluidità del testo. Ogni volta che accade, la narrazione perde continuità, perché il lettore è costretto a fermarsi, a rileggere, a interpretare, e questo tipo di meccanismo sottrae spazio all’immersione, alla possibilità di seguire il ritmo interno della scena, alla percezione naturale dei personaggi.
Quando un romanzo si affida alla tenerezza, alla costanza affettiva, ai piccoli rituali di vicinanza, lo stile deve farsi ancora più attento, perché è proprio nella cura dei dettagli che un rapporto semplice diventa forte, ed è proprio nella credibilità degli scambi emotivi che si costruisce il senso di una storia sentimentale. In Fra fusa e inchiostro, invece, la costanza affettiva diventa ripetizione, la ripetizione diventa routine, e la routine finisce per appiattire ciò che vorrebbe elevare, perché se tutto è dichiarato con la stessa intensità, allora niente cresce davvero. Non si sente un prima e un dopo, non si percepisce una soglia attraversata, non c’è un momento in cui qualcosa si spezzi o si ricomponga. Tutto resta intatto, e l’intatto, nella narrativa, rischia di diventare immobile.
Eppure, all’interno di questo quadro, esistono immagini che funzionano, trovate leggere che riescono comunque a dare colore al romanzo, come la presenza dei gatti Mico e Coco, che attraverso la loro teatralità riescono a strappare un sorriso, non tanto per ciò che rappresentano nella trama, quanto per la naturalezza con cui occupano lo spazio, come se fossero i personaggi più consapevoli del proprio ruolo. La loro comparsa, soprattutto nei momenti più giocosi, alleggerisce la lettura e crea quella sospensione divertita che permette al lettore di mantenere un tono affettuoso verso il libro anche quando gli elementi tecnici non reggono come dovrebbero.
Questa sensazione si ripresenta più volte: l’impressione che ci sia un’occasione, che qualcosa di interessante potrebbe nascere, che la storia potrebbe aprirsi e mostrare un lato più complesso, e allo stesso tempo la consapevolezza che questa apertura non arriverà, che resterà tutto confinato in una dimensione protetta, rassicurante, dove nulla ferisce davvero, nulla mette in discussione, nulla rischia di trasformare i personaggi. E se da un lato questo tipo di scelta può incontrare il gusto di chi cerca una lettura semplice e confortevole, dall’altro limita la profondità possibile del testo, soprattutto quando si percepisce che la premessa avrebbe potuto sostenere una narrazione più ricca.
Man mano che la lettura avanzava, osservavo come ogni scena sembrasse costruita per rafforzare la dolcezza, senza però lavorare sul suo opposto, perché la dolcezza è efficace quando contrasta con qualcosa, quando emerge come risposta a una difficoltà, quando esiste un’ombra che le permette di brillare. Qui invece è presente in modo costante, senza una dinamica interna che la renda significativa, e questo porta la narrazione ad assumere un tono uniforme che finisce per ridurre l’intensità emotiva.
Nel complesso, l’esperienza con Fra fusa e inchiostro è stata quella di una lettura che possiede una base promettente, una struttura che avrebbe potuto reggere un racconto più intenso, e allo stesso tempo un’esecuzione che rimane troppo leggera, troppo veloce, troppo priva di quelle incrinature che rendono una storia memorabile. La traduzione incide in modo determinante su questo effetto, perché toglie stabilità alla lingua, e una lingua instabile non può sostenere una narrazione delicata. Ci sono storie che possono permettersi una resa non perfetta, ma i romance costruiti sulla sensibilità dei personaggi necessitano di una precisione formale che qui manca, e l’assenza di questa precisione lascia crepe che non dovrebbero esserci.
Sono rimasta con l’impressione di un libro che non ha avuto il tempo di diventare ciò che avrebbe potuto essere, come se la sua versione migliore esistesse in una dimensione poco distante, raggiungibile con qualche scelta narrativa più coraggiosa, con una traduzione più attenta, con un’analisi più profonda delle emozioni che attraversano i personaggi. E mentre chiudevo il Kindle dopo l’ultima pagina, ho pensato che la sensazione predominante era quella di un’opera che meriterebbe un laboratorio di riscrittura, una mano che la accompagni più lentamente da una scena all’altra, un ascolto più attento delle sue potenzialità.
Una lettura che può certamente trovare il suo pubblico tra chi ama i romance molto dolci e desidera una storia lineare, prevedibile e rassicurante, ma che per me rimane distante dagli standard qualitativi che rendono un romanzo realmente incisivo nel panorama LGBTQ+ contemporaneo.
Voto: 4/10