
SCHEDA LIBRO
Autore: Russell C. Connor
Genere: Horror
Pagine: 516
Pubblicazione: 2021 (Dark Filament Books)
Premi: Independent Publisher Award per l'Horror, Reader's Favorite Award per l'Horror
SINOSSI
Elliot Jefferson si è trasferito nella sperduta Residenza di North Hills per lavorare sulla sua ritrovata sobrietà e per cercare di evitare contatti umani. Ma quando un trasformatore elettrico nel complesso residenziale ha cominciato ad emettere un orribile ronzio, che lui chiama "lo Strazio", niente sembra più andare per il verso giusto. Alcuni dei suoi vicini cominciano a comportarsi in modo strano: hanno spasmi, sono scontrosi e parlano di strane voci che sentono solo loro.
ANALISI CRITICA
C’è sempre un momento, nella lettura di un romanzo horror, in cui si percepisce che l’autore possiede una dimestichezza autentica con il genere, e questo momento si manifesta non tanto attraverso i colpi di scena o le descrizioni macabre, quanto nella capacità di costruire una tensione che cresce in modo organico, che si deposita lentamente tra le pieghe della narrazione ordinaria fino a trasformarla in qualcosa di profondamente disturbante, e mentre leggevo Buoni Vicini di Russell C. Connor ho riconosciuto questa competenza tecnica, l’ho vista all’opera nella costruzione dei personaggi, nella gestione del ritmo quando il romanzo raggiunge il suo apice, nella precisione con cui vengono orchestrate le scene più intense, e tuttavia ho anche sperimentato quella sensazione particolare che si prova quando un’opera possiede tutti gli ingredienti necessari per funzionare pienamente ma non riesce a mantenere la promessa iniziale in modo costante lungo tutto il suo sviluppo.
Il romanzo parte da una premessa solida e interessante, quasi classica nella sua semplicità: un uomo in cerca di sobrietà e isolamento si ritrova intrappolato in un complesso residenziale dove un suono innaturale, lo Strazio, sembra innescare comportamenti sempre più aberranti nei vicini, trasformando quella che dovrebbe essere una comunità ordinaria in un teatro di orrori progressivi. L’idea funziona perché tocca un nervo profondo della paura contemporanea, quella sensazione di vulnerabilità che si prova quando ci si rende conto che le persone che vivono accanto a noi, dietro porte chiuse e sorrisi di circostanza, potrebbero nascondere qualcosa di incomprensibile, di pericoloso, di totalmente altro rispetto a ciò che mostrano in superficie.
Connor dimostra una capacità notevole nel costruire i suoi personaggi, nel renderli credibili nella loro ordinarietà prima che la situazione degeneri, e questo lavoro preparatorio risulta essenziale perché permette al lettore di investire emotivamente nelle loro sorti, di preoccuparsi realmente per ciò che accadrà loro quando il romanzo entrerà nelle sue fasi più violente e disperate. Elliot Jefferson, il protagonista, viene delineato con attenzione: la sua sobrietà ritrovata, la sua necessità di isolamento, la sua vulnerabilità psicologica diventano elementi che arricchiscono la narrazione, che aggiungono strati di complessità a quello che potrebbe essere altrimenti un semplice racconto di sopravvivenza.
Quando il romanzo accelera, quando le scene d’azione prendono il sopravvento e la violenza esplode con tutta la sua brutalità, Connor dimostra una padronanza tecnica impressionante: le sequenze sono orchestrate con precisione, il ritmo diventa serrato, le descrizioni riescono a essere viscerali senza scadere nel compiacimento gratuito, e si percepisce chiaramente che l’autore sa esattamente cosa sta facendo, sa come dosare la tensione, sa quando accelerare e quando concedere al lettore un momento di respiro prima di trascinarlo nuovamente nel vortice degli eventi. In questi momenti il romanzo funziona pienamente, diventa quella montagna russa che molti recensori hanno descritto, tiene il lettore incollato alle pagine e riesce a generare quel senso di urgenza che è il marchio distintivo del buon horror d’azione.
Il problema, tuttavia, risiede in ciò che precede queste esplosioni di energia narrativa. Per un buon quarto del romanzo, forse anche qualcosa in più, il ritmo si appiattisce in modo significativo, la narrazione procede con una lentezza che non sembra funzionale alla costruzione della tensione ma piuttosto generata da un eccesso di dettagli che non sempre risultano necessari, da scene che si prolungano oltre il punto in cui avrebbero dovuto concludersi, da una dilatazione temporale che finisce per togliere mordente a quello che dovrebbe essere un crescendo di inquietudine. E non si tratta semplicemente di una questione di ritmo, perché il ritmo lento può essere uno strumento efficacissimo nell’horror quando viene utilizzato per creare atmosfera, per far sedimentare il disagio, per permettere al lettore di percepire che qualcosa non va molto prima che gli eventi precipitino, ma in questo caso la lentezza sembra derivare da un’incertezza nella direzione narrativa, da una difficoltà nel far comprendere al lettore dove la storia voglia realmente andare, quale sia il suo cuore tematico oltre alla semplice sequenza di eventi sempre più violenti.
Questo è forse il limite più significativo dell’opera, perché un romanzo horror può permettersi di essere lento, può permettersi di prendersi tutto il tempo necessario per costruire la sua atmosfera, ma deve comunque riuscire a comunicare qualcosa al lettore, deve trasmettere un senso di urgenza narrativa anche quando gli eventi non si stanno ancora manifestando in tutta la loro violenza, e qui invece si ha la sensazione che il romanzo stia attraversando pagine e pagine senza riuscire a stabilire un dialogo profondo con chi legge, senza riuscire a far percepire con chiarezza quale sia il suo obiettivo oltre al semplice intrattenimento. E se una storia non riesce a parlare al lettore, se non riesce a trasmettere qualcosa che vada oltre la sequenza degli eventi, allora si crea una distanza che nessuna scena d’azione, per quanto ben orchestrata, può colmare completamente.
Eppure, quando il romanzo raggiunge le sue vette migliori, quando Connor lascia emergere pienamente la sua voce autoriale, quando la narrazione trova il suo equilibrio tra caratterizzazione e azione, tra tensione psicologica e horror fisico, allora si comprende perché quest’opera abbia vinto premi importanti e perché molti lettori l’abbiano definita una delle migliori proposte horror degli ultimi anni. C’è qualcosa di genuinamente disturbante nel modo in cui viene rappresentata la degenerazione dei rapporti di vicinato, nel modo in cui persone ordinarie vengono trasformate in qualcosa di mostruoso, nel modo in cui la civiltà si sgretola rapidamente quando viene rimosso il sottile strato di convenzioni sociali che la mantiene in piedi.
La prosa di Connor è asciutta, diretta, priva di fronzoli inutili ma capace di grande efficacia quando serve creare immagini potenti, quando serve far sentire al lettore il peso fisico della violenza, quando serve trasmettere il senso di claustrofobia che deriva dall’essere intrappolati in uno spazio limitato con persone che stanno perdendo rapidamente la loro umanità. Non cerca l’approvazione del lettore attraverso artifici retorici, non cerca di addolcire la pillola quando descrive gli orrori che i suoi personaggi devono affrontare, e questa onestà narrativa, questa volontà di non nascondere la brutalità degli eventi dietro eufemismi letterari, conferisce al romanzo una forza che rimane impressa anche dopo aver chiuso il libro.
Ci sono momenti in cui il romanzo sembra voler dire qualcosa di più profondo sulla natura umana, sulla fragilità delle strutture sociali, sulla facilità con cui le persone possono trasformarsi in mostri quando vengono esposte a stimoli che ne alterano la percezione della realtà, e in questi momenti si intravede la possibilità di un’opera che vada oltre il semplice intrattenimento horror per diventare una riflessione più ampia sulle dinamiche comunitarie, sulla violenza latente che esiste sotto la superficie della normalità, ma questa possibilità non viene sviluppata con la profondità che avrebbe meritato, rimane sullo sfondo come una suggestione appena accennata piuttosto che diventare il vero centro tematico del romanzo.
Il finale, che molti hanno definito scontato ed eccessivo, chiude il cerchio in modo funzionale ma prevedibile, seguendo le convenzioni del genere senza tentare di sovvertirle o di offrire una prospettiva diversa, e mentre questo può soddisfare i lettori che cercano una conclusione tradizionale, lascia anche la sensazione che il romanzo abbia perso un’opportunità per distinguersi davvero, per lasciare un’impressione più duratura oltre alla semplice efficacia delle sue scene più intense.
Nel complesso, Buoni Vicini è un romanzo che possiede qualità innegabili: personaggi ben costruiti, scene d’azione orchestrate con maestria, una comprensione profonda delle meccaniche dell’horror, una prosa efficace e diretta. È un’opera che dimostra la maturità tecnica del suo autore, la sua capacità di costruire tensione e di mantenere il lettore coinvolto quando la narrazione trova il suo ritmo ottimale. È anche, tuttavia, un romanzo che soffre di problemi strutturali significativi, in particolare nella sua prima parte dove la lentezza non risulta funzionale ma diventa un ostacolo alla piena immersione, dove la difficoltà nel comunicare la direzione narrativa crea una distanza tra l’opera e il lettore che richiede pazienza e fiducia per essere superata.
È il tipo di libro che potrebbe funzionare magnificamente per chi ama l’horror d’azione quando raggiunge il suo apice, per chi è disposto a investire il tempo necessario per attraversare le sue sezioni più lente in attesa delle esplosioni di violenza e tensione che sicuramente arriveranno, ma che potrebbe risultare frustrante per chi cerca un’esperienza più omogenea, per chi desidera che ogni pagina contribuisca in modo significativo alla costruzione della tensione complessiva. È un romanzo che ti fa apprezzare il talento del suo autore proprio mentre ti fa desiderare che quel talento fosse stato applicato con maggiore coerenza lungo tutto l’arco narrativo.
VALUTAZIONE FINALE
Russell C. Connor ha scritto un horror che possiede tutti gli elementi per essere memorabile: l’idea è solida, i personaggi funzionano, le scene migliori sono davvero impressionanti. Il problema è che questi elementi non sempre lavorano insieme in modo armonico, e il risultato è un’opera discontinua che alterna momenti di autentica eccellenza a sezioni che sembrano perdere di vista l’obiettivo narrativo. È un libro particolare, décalé, che si distingue dalle proposte più convenzionali del genere, ed è proprio questa sua natura fuori dagli schemi a renderlo interessante anche quando non funziona perfettamente.
Per chi ama l’horror e ha la pazienza di attraversare le sue sezioni più lente, troverà nelle sue pagine sequenze che giustificano pienamente l’investimento di tempo. Per chi invece cerca un’esperienza più immediata e costante, potrebbe risultare un’esperienza mista, dove la qualità indiscutibile di alcune parti non riesce a compensare completamente le difficoltà di altre.
Voto: 6.5/10
Consigliato per: lettori di horror che apprezzano la caratterizzazione profonda e sono disposti a investire tempo nella costruzione iniziale; chi cerca scene d’azione orchestrate con maestria; chi ama le atmosfere claustrofobiche e la rappresentazione della degenerazione sociale.
Sconsigliato per: chi cerca un ritmo costante dall’inizio alla fine; chi preferisce horror più brevi e concentrati; chi si aspetta innovazioni significative nelle convenzioni del genere.